Scotto: conta l’aula. Destra dica perché non vuole il salario minimo

Politica e Primo piano

Intervista a Fanpage

di Luca Pons

Il ddl sul salario minimo a 9 euro l’ora tornerà in Aula il 17 ottobre, ma ieri il Cnel ha diffuso una relazione – richiesta da Giorgia Meloni ad agosto – che ha bocciato la proposta delle opposizioni. Il tema più importante, si legge nel documento che sarà completato la settimana prossima con una parte di vere e proprie proposte, sono i contratti collettivi. Quindi introdurre un salario minimo legale non risolverebbe i problemi del lavoro povero. Arturo Scotto, capogruppo del Pd in commissione Lavoro alla Camera (quella che ha lavorato sulla proposta per mesi), ha commentato la relazione a Fanpage.it. Al di là dell’analisi “su cui non siamo d’accordo”, ha detto, “il 17 ottobre il nostro testo tornerà in Aula e lì la destra dovrà dire di sì o di no, dovrà dirci se è civile in un Paese come l’Italia lavorare per meno di 9 euro lordi l’ora, e dovrà spiegare il perché. Finora hanno puntato su salari bassi, da fame, e tutele nulle per i lavoratori, basta guardare il decreto approvato il Primo maggio”.

Onorevole, si aspettava che dal Cnel arrivasse una risposta simile? 

Me l’aspettavo eccome, perché avevo letto la relazione depositata dal Cnel in commissione Lavoro agli inizi di luglio. Tutto c’era, tranne il salario minimo. In più c’era un’interpretazione secondo me troppo restrittiva della direttiva europea sul tema e una lettura troppo ottimistica del mercato del lavoro italiano

In che senso?

Il Cnel non vede quanto i processi di precarizzazione del lavoro incidano sulla dinamica salariale, e la spingano verso il basso. Forse non si tiene conto di quanto un pezzo rilevante del nostro Paese vive una condizione salariale drammatica.

Il Cnel afferma comunque che il lavoro povero è una questione che va “ben oltre il salario”, riguarda i tempi di lavoro (cioè quanto ore e quante settimane si lavora) e la redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato. È inutile correggere come prima cosa il salario?

Il tema al quale dovrebbero risponderci è uno: ritengono democratico, occidentale, liberale, civile lavorare sotto 9 euro lordi l’ora, in un Paese come l’Italia? Quando in un Paese come la Francia o come la Germania il salario minimo è a 11 e 12 euro, rispettivamente? Il tema non è il tempo di lavoro, il tema è che un’ora di lavoro in questo Paese è pagata troppo poco in alcuni settori: penso ai multiservizi, alla vigilanza, l’agricoltura, il lavoro domestico…

E sull’azione redistributiva dello Stato?

Non mi pare che il governo Meloni si sia mosso su questo. È stato finora il governo che rende legale ciò che era illegale prima: hanno fatto 14 condoni, l’ultima sanatoria – quella sugli scontrini fiscali – offende milioni di imprenditori onesti che fanno gli scontrini fino all’ultimo minuto, e insulta lavoratori e pensionati che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. Quindi questa mi pare una raccomandazione più per il governo che per l’opposizione.

L’intervento del Cnel non cambia la vostra strategia politica sul salario minimo, quindi?

Chiariamo bene come sono andate le cose finora. L’opposizione unita presenta un disegno di legge, dopo quattro mesi di audizioni in commissione Lavoro dove abbiamo audito tutti, compreso il Cnel. La destra cerca di cancellare questa proposta con un emendamento soppressivo in commissione, ma questo non passa perché l’opposizione lavora in maniera unita per bloccarlo. A un certo punto la destra e il governo entrano in corto circuito con un pezzo del loro elettorato, perché in questo Paese non c’è una famiglia dove non ci sia un giovane che lavora con un salario da fame.

Poi la proposta viene sospesa.

Sì, a un certo punto si inventano una sospensiva quando l’Aula era pronta per votare il ddl. Ma la Meloni va in difficoltà, si trova all’inseguimento per la prima volta, è costretta a convocare le opposizioni. E risolve mandando la palla in tribuna al Cnel,  destituendo di fatto la ministra Calderone e svuotando le competenze del Parlamento.

Parlamento che tra poco riprenderà il dibattito: il ddl torna in Aula il 17 ottobre.

Certo, e di fronte a tutto questo la nostra risposta è la stessa. Il 17 ottobre non si può più scherzare, la destra dovrà dire sì o no, dovrà spiegare perché, e dovrà evitare di spacciare fake news secondo cui il salario minimo legale inibisce la contrattazione, cosa profondamente falsa e indimostrabile. Basta guardare la Germania, dove il sindacato è forte e difende il salario minimo a 12 euro l’ora.

Qual è il motivo per cui la maggioranza dovrebbe dire di no, secondo lei?

La destra pensa che questo Paese debba competere su scala globale puntando su salari bassi – molto spesso da fame – e tutele nulle. Basta guardare le operazioni sul mercato del lavoro che il governo ha fatto: con il decreto denominato abusivamente decreto Primo Maggio hanno liberalizzato i voucher, hanno eliminato le causali sui contratti a termine e tolto il principio di trasparenza sui contratti dei rider e di chi lavora sotto i dettami di un algoritmo. Un’operazione vergognosa e semi-schiavistica.

La relazione dice che il salario minimo in Italia sarebbe di circa 7 euro all’ora, se si dovesse calcolare con i criteri indicati dalla direttiva Ue sul tema. È vero?

I dati su cui si basa questa cifra risalgono al 2019…

Troppo vecchi?

Faccio notare, con grande rispetto del lavoro del Cnel, che dal 2019 è passata un’era geologica. C’è stata una pandemia, una guerra e un tasso di inflazione schizzato all’11,5%. In più il calcolo tiene conto di tutti i contratti, non solo quelli più rappresentativi, come chiediamo noi.

Ha ragione il Cnel a dire che bisogna rafforzare i contratti collettivi?

La nostra proposta di legge aiuta e sostiene la contrattazione collettiva. Basta leggerla. Tant’è che noi ci riferiamo ai contratti “comparativamente più rappresentativi di settore”. Noi pensiamo che quello debba essere il metro utilizzato.

La relazione sminuisce anche il ruolo dei contratti pirata, che sono l’altra parte della vostra proposta, dicendo che riguardano solo lo 0,4% dei lavoratori nel privato.

Qui stiamo parlando dei contratti pirata non registrati al Cnel. Sarei molto curioso di sapere cosa ne pensano alcune delle organizzazioni presenti nel Cnel, che molto spesso firmano contratti che non sono pirata ma vi si avvicinano molto.

Quali organizzazioni?

Basta scorrere l’elenco. Sicuramente non sono Cgil, Cisl e Uil. Infatti questo documento è stato approvato con l’opposizione della Cgil e con l’astensione della Uil, una cosa che a mia memoria non era mai successa.

Pochi giorni fa una sentenza della Cassazione ha aperto alla possibilità che siano i giudici a stabilire un salario minimo “costituzionale”, se non lo fanno le leggi o la contrattazione. Una buona notizia?

La Cassazione dice una cosa molto semplice: anche sul lavoro va applicata la Costituzione repubblicana. Come da articolo 36, le retribuzioni devono essere dignitose e proporzionate al lavoro che si fa. È inaccettabile pensare che si faccia spallucce: anche qui aspettiamo da parte del governo una risposta, a meno che non si pensi che la politica si deve astenere nelle questioni che riguardano i salari dei lavoratori, e debba operare la magistratura. Io spero che il Parlamento arrivi prima della magistratura.