Guerra: il governo attacca i lavoratori, vuole una svolta autoritaria

Politica e Primo piano

Intervista a Fanpage

di Luca Pons

Lo scontro politico sullo sciopero previsto per venerdì 17 novembre (del trasporto pubblico e molti altri settori) si è acceso nella giornata di ieri. La Commissione di garanzia degli scioperi, nota anche come Garante degli scioperi, ha comunicato che la manifestazione dovrà essere più breve rispetto alle 24 ore comunicate da Cgil e Uil. La Lega, che da tempo criticava lo sciopero, ha esultato attaccando duramente Maurizio Landini, segretario della Cgil. I sindacati hanno risposto annunciando che intendono mantenere gli stessi orari già previsti, e il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha aperto alla precettazione, cioè all’atto amministrativo che obbliga ad accorciare uno sciopero. Maria Cecilia Guerra, ex sottosegretaria al Lavoro e deputata del Pd, nonché responsabile Lavoro per i dem, ha risposto a Fanpage.it per commentare la vicenda.

Cosa pensa dello scontro montato sulla questione dello sciopero?

Da giorni assistiamo a un’aggressione del tutto immotivata, violenta e anche volgare, prima della Lega e poi anche di Fratelli d’Italia, su una questione che riguarda il diritto allo sciopero. Un tema non discutibile in un Paese democratico. Le argomentazioni erano di bassissimo livello.

La Lega oggi, dopo la decisione della Commissione garante degli scioperi, ha detto che era stato “messo in castigo il capriccioso Maurizio Landini”, segretario Cgil. Parla di questo?

Sì, in molti casi puntavano il segretario della Cgil, che peraltro è solo di uno dei due sindacati organizzatori. Questo atteggiamento di attaccare personalmente – non mi interessa che sia Landini o un altro – è tipicamente antidemocratico. È nella stessa logica del dossieraggio. Si vuole spingere la gente ad assumere un atteggiamento negativo nei confronti, specificamente, di una persona. Questo è veramente gravissimo, io non so se ce ne rendiamo conto. Peraltro questi attacchi erano rivolti in realtà al diritto stesso di scioperare. Evidentemente, era per condizionare il parere che sarebbe poi stato espresso dalla Commissione.

Concretamente cosa doveva decidere il Garante?

L’oggetto di discussione è se lo sciopero del 17 novembre può essere considerato uno sciopero generale oppure no. I sindacati dicono che, dato che le categorie coinvolte sono praticamente tutte, è uno sciopero generale. La Commissione dice di no.

Chi ha ragione?

Non voglio entrare nella valutazione della Commissione e in quella  del sindacato, anche perché non ho tutti gli elementi per farlo. Sicuramente questa decisione è stata presa in un clima fortemente viziato, in una situazione di fortissima pressione politica, che invece non doveva esserci. Doveva essere una decisione tecnica. Ora la Commissione dovrà garantire trasparenza sulle motivazioni che l’hanno indotta a prendere questa decisione. Poi i sindacati faranno le loro valutazioni. Ognuno deve fare il suo mestiere.

Il mestiere del ministro Salvini qual è?

In questo caso era di stare zitto, fintanto che non si fosse pronunciata la Commissione di garanzia. Salvini ha minacciato la precettazione tre giorni prima prima che ci fosse la pronuncia della Commissione. Tre giorni prima. È una cosa che non si fa.

Sarebbe sbagliato disporre la precettazione?

È una cosa che si può fare se ci sono gli estremi che prevedono la precettazione, che sono ben delimitati. Non è che un ministro può precettare quando cavolo gli pare. Ma siamo arrivati a questo punto perché si alza continuamente il livello dello scontro. La cosa che mi fa paura è che questo questa maggioranza attacca i lavoratori senza nessuna remora.

Anche il ministro Salvini conduce questo attacco?

Io ero presente all’assemblea della Cna quando Salvini ha detto ‘se vuoi protestare, quattro ore bastano’. Si è inventato totalmente una legge sullo sciopero che non esiste. Cosa vuol dire, quattro ore? Come se non sapesse che lo sciopero non è uno strumento di protesta, ma un’arma che viene usata quando non si riesce a trovare un accordo per altra via. Se fosse una protesta si farebbe il sabato mattina, senza rimetterci lo stipendio.

La critica ai sindacati in realtà è un tentativo di indebolire i diritti dei lavoratori, quindi?

Tu non puoi dire che i lavoratori non possono fare uno sciopero. Non mi interessa neanche entrare nel merito dello sciopero o della protesta: è un loro diritto farla. Chi sceglie di aderire a uno sciopero fa una scelta delicata, perché comporta una rinuncia al proprio stipendio, che non è proprio una cosa facile da affrontare. Non possono essere dileggiati in questo modo, usando termini come “capricci”.

La Lega ha detto che “i cittadini non possono essere bloccati e danneggiati dal capriccio”, appunto, di chi “vuole farsi il weekend lungo”.

Lo sappiamo che il tema è delicato perché si tratta di servizi pubblici essenziali: proprio per questo la nostra legislazione cerca di tenere insieme il diritto sacrosanto dei lavoratori a scioperare con la necessità di garantire comunque un servizio per gli utenti. Lega e Fratelli d’Italia hanno fatto due conti: sono molto di più gli utenti e molto meno i lavoratori, quindi cercano di usare questa situazione per accattivarsi le simpatie di tutti quelli che venerdì sono in giro e che quindi sono messi a disagio dallo sciopero. Ma non esiste la possibilità di fare uno sciopero nei servizi pubblici essenziali senza recare, ahimé, un po’ di disagio.

A cosa portano queste tensioni sempre più alte nel confronto tra governo e sindacati?

Mi fa pensare che anche in questo la democrazia nel nostro Paese cominci ad essere seriamente a rischio. Siamo di fronte a una svolta autoritaria, che si manifesta in vario modo.

Cioè?

Il fastidio di confrontarsi, il desiderio di decidere per tutti perché hai la maggioranza di un solo voto. Ma non funziona così. Le decisioni devono tener conto di tutta la popolazione, c’è il confronto tra gli organismi di rappresentanza (le parti sociali, le associazioni) che devono essere ascoltati. Poi, chiaro, una parte ha la responsabilità di governo e l’altra no.

Elly Schlein ha detto che si tratta di un “assaggio di premierato forte, forte contro i deboli”. È così?

Il fatto di avere vinto le elezioni non ti dà la possibilità di calpestare tutti quelli che non sono d’accordo con te. Serve un confronto con il popolo, che non si esaurisce in un’elezione una volta ogni cinque anni. Se uno non capisce questo vuol dire, anche se lo nega, che vuole una svolta autoritaria. Vuole decidere senza ingombri. E il primo ingombro che hanno è il Parlamento, di cui farebbero volentieri a meno, infatti lo stanno depotenziando al massimo.