Bersani: trattano Elly come una macchietta, ma la speranza è lei

Politica e Primo piano

Intervista a la Repubblica

di Giovanna Vitale

Onorevole Pier Luigi Bersani, partiamo da Napolitano: condivide il giudizio di Occhetto secondo cui il suo più grosso errore fu far nascere il governo Monti, causa della grande crisi della sinistra?
“Bisogna guardare alla situazione di allora: lo spread a 600 e i pochi voti che mancavano a Berlusconi in Parlamento per restare in sella. Voti che sarebbero ricomparsi se si fossero prospettate le elezioni anticipate. Per cui l’alternativa era: o ci prendiamo Monti o ci teniamo Berlusconi”.

Lei però il voto l’avrebbe voluto e forse, da segretario del Pd, sarebbe diventato premier: tutta un’altra storia, non crede?
“Certo, nel 2013 avrei voluto provarci, perché serviva un governo del cambiamento. Prima andare al voto non era nelle possibilità: affondavamo nello spread, saremmo finiti come la Grecia”.

E così il Pd sostenne Monti, che poi si candidò alle politiche e la fece “non vincere”. Pentito?
“Nel partito c’era un sacco di gente che voleva l’agenda Monti, anche candidarlo premier. Credo di aver dimostrato quella che è sempre stata una mia idea testarda, ossia che il compito del Pd non è tenere in equilibrio il sistema, ma organizzare il campo dell’alternativa. Perché l’alternativa stessa è l’equilibrio del sistema. Anche se ci ho lasciato la pelle”.

Dieci anni più tardi sempre lì siamo: a organizzare campi.

“Infatti occorre darsi una svegliata. Partendo da un punto: quelli della mia generazione e limitrofe – politici, commentatori, giornalisti – cambino le lenti agli occhiali. E le scelgano almeno bifocali. In Italia c’è un salto generazionale sul piano culturale, politico e di linguaggio che non si può ignorare”.

Cosa vedrebbero con le lenti giuste?
“Se guardassero Schlein dal basso invece che dall’alto vedrebbero che le perplessità di una parte delle nostre generazioni sono la speranza di una parte delle nuove”.

Ma così non si rischia di perdere chi la ritiene troppo movimentista?
“Il nuovo sguardo da solo non basta, ma non si può prescinderne. Sennò tiriam via una fetta di sinistra”.

Consigli?
“Attenzione alle manovrette di un certo establishment che pensa: c’è una destra in difficoltà, una sinistra che balbetta, troveremo qualcosa di extracorporeo, di extrapolitico, che sopperisca”.

Esiste già?
“No, ma c’è il desiderio. Lo sento, son sensibile alle foglie. Inutile fare gli ingenui. C’è un pezzo di sistema che sta trattando Elly come una macchietta”.

E lei, come sta reagendo?
“Ha capito due cose: bisogna riconnettere il Pd al suo mondo reale e potenziale, rispetto al quale c’è stato uno scisma profondo. E poi costruire un campo dell’alternativa, tenendo aperto il partito. Io mi iscrissi al Pci quando Berlinguer disse: entrate e cambiateci. Perché non sia un flatus voci, una chiacchiera, bisogna spazzare via questa stupidaggine della dialettica fra moderati e radicali, che è ridicola davanti a una destra-destra che affossa il Paese. Si tratta di posizionamenti interni che spariscono quando si affrontano questioni come lavoro, sanità, diritti, armi”.

Su cui però il nuovo Pd è apparso spesso diviso, esitante.
“È il tipico argomento della destra che cerca di inchiodare il Pd alla sua caricatura: un partito che dice Europa comunque, accoglienza comunque, ambiente comunque. Ecco perché noi questi sacrosanti temi dobbiamo farli leggere con la cartina di tornasole dell’emergenza sociale e dell’azione di governo. Se si gareggia a propagande contrapposte vincono loro”.

Ce la farà la sinistra a copiare la destra che si fa la guerra ma resta unita?
“Nella competizione, che è naturale, andrà più avanti chi si dimostrerà più generoso. Perché la gente comincia a capire. Mi piace che Elly non si lasci provocare da punzecchiature, prese di distanza, polemiche. Mantiene un profilo unitario. Bene, deve tirare dritto”.

Alle Europee si vota con il proporzionale, la sfida 5S-Pd non è inevitabile?
“Anche la destra concorre alle Europee, ma gli elettori sanno che è una coalizione. E ci saranno pure regionali e amministrative, bisogna assolutamente mettersi d’accordo. Se noi consentiamo il radicamento di Meloni e Salvini nei territori è finita. È urgente mostrare che è in cammino la costruzione del campo”.

Siamo in ritardo?
“Secondo me sì”.

Provi a indicare una ricetta.
“Primo: volerlo. Secondo: partire da quel che più unisce. Terzo: lavorare per rendere compatibile quel che ti differenzia. Abbiamo sempre fatto così: l’Ulivo, l’Unione… In Europa accade ovunque servano alleanze per governare”.

Conte però continua a smarcarsi.
“Spero siano solo tatticismi. Pensare che sia il più divisivo a vincere la competizione significa star fuori come un balcone: da qui a sei mesi ci sarà un’onda che chiederà unità per l’alternativa”.

Ci riuscirete?
“Io sono convinto che fra Pd, 5S e Avs una quadra si trova. Poi però occorre l’altro filone, quello liberal-democratico. In passato abbiamo avuto come alleati Maccanico, Dini, non certo suppellettili. Una minoranza, tuttavia preziosa. Calenda non vuole? Dovremo trovare qualche altra soluzione”.

Non starà pensando a Renzi?
“Renzi sta andando dove l’ha sempre portato il cuore”.

Calenda si convincerà?
“Trovo alcune sue posizioni condivisibili e lo stimo anche, il problema è che sembra non voglia mai tenere i piedi alla sera dove li ha messi la mattina”.

È inaffidabile?
“Semplicemente ritiene che ci possa essere un centro che dirige il traffico. E non capisce che ormai in tutto il mondo chi sta un po’ di qua e un po’ di là finisce per essere visto come il servo di due padroni”.

C’è anche un problema di leadership della coalizione, per risolverlo serve un Prodi, un federatore?
“Questo è un tema vero, solo lo metti in fondo. Non si tratta di scegliere un papa straniero, ma un guidatore per il campo dell’alternativa che abbia come chiave del programma l’universalismo contro il corporativismo per tenere assieme una società che si sta disgregando”.

Lei che ruolo giocherà?
“Io non ho più l’età per tirare, ma ho ancora la forza per spingere”.