Più vicini alla natura e con meno disuguaglianze: le fondamenta del dopo

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Scrive bene su queste pagine Fosco Taccini chiedendo se non sia il caso di pensare, nel mezzo dell’emergenza coronavirus, a un dopo che salvi il pianeta e tutti i suoi abitanti, che sappia ridare spazio alla natura e sicurezze di cura sociale a tutti.

La crisi sociale ed economica che la pandemia porta con sé ci mette al cospetto di domande alle quali non è possibile eludere le risposte. Non è possibile rimandare, non è possibile pensare che il dopo possa essere un semplice ritorno a quello che era, e l’esigenza di ripensare e rimodellare il nostro mondo è oggi una attualità evidente che non dobbiamo e non possiamo evitare.

Questa pandemia, le rinunce e le costrizioni alle quali ci assoggetta colpiscono e trasformano il nostro modo di pensare e di valutare i rapporti sociali e interpersonali, il valore del lavoro e  della connessione che attraverso il suo tramite abbiamo con gli altri.

La natura, libera di tanta parte dell’uomo, si riprende spazi che gli erano vietati in un tempo sorprendentemente breve e ci pone di fronte alla constatazione di quanto su di essa pesi l’intervento, spesso violento, dell’umanità.

Qualcuno ha scritto che il mondo sta dimostrando di poter fare a meno di noi: quel che è certo è che noi del mondo non possiamo farne a meno, anche perché ne siamo una parte legittima che deve in ogni caso ripensare il suo rapporto con il resto della natura.

L’uomo è un animale sociale, non sopravvive al di fuori della comunità e questi giorni di forzata reclusione e di distanziamento sociale ce lo sottolineano e ci rendono ancor più evidenti le disparità che si sono costruite all’interno della comunità. La pandemia ci sta raccontando che non tutti ne usciranno allo stesso modo, che non tutti la possono affrontare con gli stessi mezzi, che non tutti, proprio a causa di queste disparità ne usciranno.

Quanto stiamo vivendo in questi mesi ci mostra in maniera cruda come le differenze create dal nostro modo di essere comunità comportino una grande differenziazione, alimentando una selezione che non è naturale, ma è prodotto dell’organizzazione e della divisione di ruoli che la comunità si è data.

Se è vero che il virus non guarda in faccia nessuno e non fa distinzioni, è altrettanto vero che non tutti hanno gli stessi mezzi di difesa e di protezione, che non tutti sono in grado allo stesso modo di affrontarlo e combatterlo.

Ci sono immagini e notizie che ci fanno balzare agli occhi le disparità e sono rappresentate dalle bare accatastate nelle case di riposo per anziani, i sacchi con i corpi degli ultimi gettati nelle fosse comuni, lo sbaraglio nel quale sono gettati gli operatori sanitari, la mancanza di prospettive che si trovano di fronte interi strati di popolazione perché il virus in una comunità di diseguali è impossibile che percorra sentieri di uguaglianza.

Quello che già la crisi del 2007/2008 ha messo in luce, ovvero il fallimento di un sistema, la pandemia ce lo butta addosso ancor più vistosamente facendo venire a galla anche le pieghe più nascoste di un’organizzazione sociale che sempre più produce diseguaglianze e moltiplica fragilità a grande ritmo, fragilità la cui diffusione è causa stessa del crollo del sistema.

Urge oggi sviluppare una critica attiva e costruttiva al nostro sistema di comunità, una critica attiva al capitalismo che ne è l’ossatura e deve essere concreta da subito a partire dal modo con cui si affronta la pandemia senza rimandi al dopo che potrebbe rappresentare un troppo tardi.

Da questa terribile fase possiamo uscire con la consapevolezza della necessità di cambiamento vero oppure uscirne, se ci riesce, cercando di limitarne i danni, ma in assenza di un orizzonte e sapendo che i danni andranno a colpire quelli che sempre vengono colpiti, e questo continuerà a renderci, tutti, più deboli perché mai come in questo momento è vero che nessuno si salva da solo.

Si fa strada ormai la consapevolezza che sarà necessaria una ricostruzione e le fondamenta di questa ricostruzione dobbiamo metterci a scavarle adesso, subito; quello che dobbiamo ricostruire non può che essere un mondo nuovo, diverso da quello attuale. Non ci sono alternative se veramente vogliamo che il mondo non faccia davvero a meno di noi.

Giampaolo Pietra

Sessantaquattro anni (1/10/1955), fondatore di Articolo Uno a Sesto San Giovanni, membro del coordinamento cittadino e responsabile della comunicazione. Membro del comitato di presidenza dell'Anpi cittadino, sognatore di una società diversa fatta di uguaglianza.