Verso il 16 dicembre: reinventare, per non essere un’altra occasione mancata

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È in atto la metamorfosi di un oggetto non meglio identificato che non sappiamo dove porterà. Matteo Salvini ha tutto l’interesse a trarre il massimo bottino dalle prossime elezioni europee, che daranno la misura dei nuovi rapporti di forza, non senza conseguenze sull’attuale governo, non già per iniziativa dell’opposizione, siccome al momento prevale il fattore TINA (There is no alternative); ma per le contraddizioni di una maggioranza motivata da quel Vertrag, il contratto pattuito al Pirellone, ormai un’era geologica fa, nel segno di una privatizzazione dei rapporti politici mutuata da CDU e SPD, non senza il tocco di una sottile ironia della ragione, per chi sostiene di essere altro rispetto a questa Europa e alle sue famiglie politiche.

Sia chiaro: siamo in uno scenario di rovine; ne facciamo parte. Ogni espressione della sinistra ne è coinvolta. È del tutto comprensibile il disorientamento. L’ultima cosa è dar credito ai soliti fenomeni col ditino alzato a dispensare lezioncine pretendendo cose che, oggi più che mai, nessuno è in grado di garantire. Prima di fare, occorre capire, riprendendo pratiche di base come la libera discussione, approcci indispensabili come l’analisi della nuova composizione sociale, per tentare di impostare, non cinquanta, ma almeno un paio di risposte credibili, con un filo di pensiero strategico, che sappia gettare ponti verso il futuro. Il documento con il quale si convoca l’appuntamento per il prossimo 16 dicembre a Roma, ripartendo da Articolo Uno – Mdp, esprime uno sforzo utile in questa direzione.

È stata una responsabilità grave, per chi se la è assunta, non provare a tener divise due forze che tendono a trasferirsi le peggiori pulsioni. Un caso, come dice Pierluigi Bersani, nel quale non si prende chi si assomiglia, si assomiglia chi si prende. L’una, la Lega, attualmente il più antico partito italiano, già al governo con Silvio Berlusconi per anni 10, parte dell’establishment del nord, con relazioni internazionali, per quanto confuse, tra Le Pen, Steve Bannon, Visegrád, Trump e Putin. L’altra, la compagine pentastellata, che tende a trarre la propria identità dalle circostanze, non senza richiamarsi a un popolo a cui la Costituzione affida la sovranità, nelle forme e nei limiti della Costituzione. Legalità, in primo luogo, è questo: rispetto della Costituzione.

La democrazia non è una teca nella quale imbalsamare valori; ma un campo di forze che si confrontano, nel conflitto, che talvolta può essere aspro; e proprio un sistema democratico deve dimostrare di saper reggere l’urto. Siamo in una situazione inedita, per quanto non priva di analogie, che non vanno trattate con superficialità. Questo governo, per certi versi, è entrato in crisi già all’atto della sua nascita, siccome esprime un equilibrio instabile costitutivo. Non si tratta di un’alleanza, né di una coalizione; ma di un do ut des, cinico e insieme un po’ naïf, nel configurare la convenienza disinibita dello scambio: un po’ a te, un po’ a me, uniti solo contro il capro espiatorio, il migrante, o un nemico di comodo, la caricatura del progetto europeo.

L’inciampo può intervenire in qualunque momento; più verosimile pensare a dopo le elezioni europee, destinate a fissare l’asticella dei nuovi pesi. La Lega beneficia di due rubinetti aperti: da un lato il centrodestra segnato dal declino della leadership berlusconiana; dall’altro un M5s in affanno non solo alla prova del governo. Le percentuali del 4 marzo: Lega al 17.4, M5s al 32.7. Se i rapporti di forza dovessero ribaltarsi, ipotesi insistentemente preannunciata dai sondaggi, si aprirebbe un problema. Certo: il collante del potere è un potente fattore attrattivo; ma la politica, anche nel tempo della post-politica, ha le sue regole: la trasformazione della Lega, da azionista di riferimento del governo a dominus politico, difficilmente lascerebbe le cose così come sono.

Riesaminando la vicenda degli ultimi mesi ci sono un paio di cose da evidenziare. È ingenerosa la narrazione secondo la quale la stagione del centrosinistra sarebbe stata solo una forma di neoliberismo subalterna alla globalizzazione. È consolatorio crederlo. Illusorio dipingere un passato di comodo da cui prendere più facilmente le distanze. È evidente che quella stagione è definitivamente alle nostre spalle, errori compresi. E tuttavia, quell’ispirazione ha talmente a che fare con la storia del Paese, che, per quanto superata, continua, in un contesto diverso, a interpellarci.

La sinistra non può chiudersi nel recinto. Sinistra è tensione, etica e politica, verso il superamento dei propri limiti. Con piena coscienza del fatto che ogni autosufficienza è una contraddizione in termini. Lo stesso Ulivo, in fondo, ha rappresentano questa ispirazione: innovazione della politica, non contro, con la sinistra di governo. Naturalmente è umano il conforto della nostalgia; ma noi dovremmo farci promotori di quel che sarà, con cura, in primo luogo, per tutto ciò che è fuori, ai margini della società, oltre il perimetro della politica. È proprio a causa della desolazione del momento che non possiamo che andare avanti. Il tema non è ricostruire la sinistra, come se si trattasse di tornare ad un prima. Il tema è reinventarla guardando oltre, andando alla radice, da ogni punto di vista.

Aggiungo che la peculiarità della sinistra italiana ha a che fare con una certa idea dello Stato sociale inscindibilmente connessa con un profilo di responsabilità nazionale. Non si fa giustizia sociale senza i conti in ordine. I cittadini il 4 marzo non han potuto decidere per questo governo, le legge elettorale non lo consentiva; han conferito una parte prevalente del consenso a due forze, arrivate prima e terza, che si sono accordate per il governo, anche per l’insipienza o il calcolo sbagliato di altri; questo non deve significare, per il ceto politico oggi al potere, il diritto di utilizzare quella fiducia per avventure che non possono che essere in danno del Paese.

Dobbiamo portare quel che siamo, una piccola cosa, ma con una visione larga, attenta a tutto il campo, dentro un progetto più grande. Il tempo nuovo chiede risposte nuove. I partiti ragione necessaria, non più sufficiente. Intorno a noi, un mondo, un popolo. Un movimento politico deve dimostrare di essere utile per il Paese. Se no non serve. Abbiamo visto troppe prosecuzioni di storie precedenti. Serve una cosa nuova. Ben fondata sui contenuti. Un tema cruciale, i giovani. In Italia, per i figli di genitori con bassa istruzione, l’incidenza dei laureati resta tra le più basse d’Europa. Uno studente su tre abbandona la scuola superiore senza aver completato i cinque anni. È quanto emerge dal dossier Dispersione di “Tuttoscuola”: “Negli ultimi 15 anni quasi 3 milioni di ragazzi italiani iscritti alle scuole superiori statali non hanno completato il corso di studi”. “Si tratta del 31,9 per cento dei circa 9 milioni di studenti che hanno iniziato in questi tre lustri le superiori nella scuola statale”. È come se l’intera popolazione scolastica di Piemonte, Lombardia e Veneto non ce l’avesse fatta. Un’enorme, incredibile, drammatica dispersione di ricchezza sociale. Giovani tra i 15 e i 24 anni che non vanno a scuola, non sono in formazione, non lavorano. Gli Elet: Early Leaving from Education and Training. I Neet: Not in Education, Employment or Training. Intanto, la spesa pubblica per istruzione, sia in rapporto al Pil, sia in rapporto alla spesa pubblica complessiva, continua ad essere tra le più basse dell’Unione Europea.

Ecco: noi dobbiamo essere quelli che si propongono di rimettere in moto l’ascensore sociale. Con al centro la politica, perché, senza progetto, non c’è soggetto; tantomeno organizzazione. Fuori dagli schemi del passato e, al contempo, senza adesioni acritiche a forme di partecipazione spersonalizzanti. Più del cruscotto dell’auto conta guardare la strada e sapere bene dove andare. Evitiamo che la politica diventi – come spiegava un autore del secolo scorso – “l’arte di impedire alla gente di occuparsi di ciò che la riguarda”, e cerchiamo, se ci riusciamo, di non essere un’altra occasione mancata, per noi stessi, per la nostra gente, per il Paese. Il cammino non sarà facile, non sarà breve, ma è un cammino necessario.

Marco Macciantelli

Allievo di Luciano Anceschi, dottore di ricerca in Filosofia, già coordinatore della rivista “il verri”, agli studi e alla pubblicazione di alcuni libri ha unito l'impegno politico di amministratore pubblico.