Venti di guerra sugli anni Venti. L’Europa trovi una voce, prima che sia tardi

| Esteri

I venti di guerra che spirano nell’inizio del nuovo decennio, fomentati da un lato dalle mire di potenza regionale della Turchia di Erdogan con il sostegno della Russia e dall’altro dalla dissennata politica di Trump intento a difendersi dal processo di impeachement in corso nelle aule parlamentari degli Stati Uniti, rischiano seriamente di compromettere i fragilissimi equilibri esistenti e di far piombare non solo la regione mediorientale, ma un’area ben più vasta nell’incubo di una guerra i cui esiti potrebbero essere davvero catastrofici.

La palese dichiarazione di guerra all’Iran con l’uccisione del generale Soleimani induce il mondo a sospendere il fiato nell’attesa della certa risposta iraniana e delle mosse di Putin.

Tutti gli attori impegnati nell’area mediorientale si pongono in azione per avere un ruolo determinante nello scacchiere che è bene ricordarlo non riguarda una regione, ma coinvolge in primo luogo il Mediterraneo e l’Europa e può avere riflessi che vanno anno ancora oltre.

L’annunciato invio in Iraq di migliaia di soldati USA, lo spostamento, negato, ma da verificare, di decine di testate nucleari Nato dalle basi turche ad Aviano, le mosse e le prese di posizione degli stati arabi divisi tra sunniti e sciiti, l’irritazione di Mosca e i moniti di Pechino non fanno presagire nulla di buono e il fatto che a differenza dei tempi della guerra fredda gli attori in campo siano molteplici complica di non poco le prospettive e pone seri interrogativi su quale possa essere l’evolversi della situazione.

Nella corsa alle prese di posizione, all’intervento diretto o indiretto nello scenario che va costruendosi c’è oggi un grande buco ed è quello rappresentato dall’Europa e con essa e in essa dall’Italia che oltre alle tenui dichiarazioni di preoccupazione non riesce ad andare, quasi che nelle cancellerie del nostro continente non riuscisse a fare breccia la consapevolezza che da tempo siamo di fronte a scenari nuovi e complessi che richiedono analisi e risposte ben diverse da quelle sin qui adottate, e il coraggio di andare oltre equilibri e posizionamenti che non trovano più ragione di esistere nella situazione odierna, nel panorama che si va delineando.

E’ tempo che l’Europa trovi la strada di una sua autonoma politica estera e di una sua autonoma e organizzata politica di difesa, di una sua autonoma e originale partecipazione agli avvenimenti mondiali, tanto più quando questi avvengono ai suoi confini con ripercussioni che prima di ogni altro luogo del mondo andranno a colpire il vecchio continente.

E’ tempo che l’Europa delinei il proprio essere agente autonomo, sganciandosi dal ruolo che oggi ancora ricopre di mera base logistica all’interno di un’alleanza politico-militare caratterizzata dagli stessi equilibri interni di quando nacque all’indomani del secondo conflitto mondiale; è tempo che l’Europa metta in discussione quantomeno i presupposti e le condizioni della propria appartenenza a questa alleanza, è tempo che si chieda se lo scenario nella quale è costretta all’interno di un più vasto scenario mondiale modificato ormai da anni giustifichi ancora questa sua subalternità, una subalternità che oggi la costringere ad essere mera spettatrice mentre le decisioni vengono prese altrove.

E’ tempo, decisamente, che si rifletta sul senso e il significato, oggi nel 2020, non nel 1946,dell’appartenenza alla Nato, senza remore e liberandosi da un inattuale senso di inferiorità, cominciando sul terreno della politica estera e della difesa ad agire come una vera comunità unita ed autonoma.

Nel nostro Paese persino nella destra ci sono atteggiamenti e prese di posizione diverse sull’indiscutibile escalation di queste ore e di questi giorni; che siano, come debbono essere, le forze socialiste e progressiste europee a farsi carico di promuovere la necessaria riflessione, prima che sia troppo tardi.

Giampaolo Pietra

Sessantaquattro anni (1/10/1955), fondatore di Articolo Uno a Sesto San Giovanni, membro del coordinamento cittadino e responsabile della comunicazione. Membro del comitato di presidenza dell'Anpi cittadino, sognatore di una società diversa fatta di uguaglianza.