Uscire dal pulp: basta con vaffa, rottamazione e ruspa, torni la politica

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Un Paese nel quale l’immaginazione supera la realtà, specie nella vicenda politica, non da oggi. Ma ora con alcune accentuazioni ulteriori. In un rovesciamento dal piano del reale in quello del reality. Nel 1996 uscì un’antologia dal titolo Gioventù cannibale con l’emergere della scrittura splatter. Negli stessi anni Quentin Tarantino s’incamminava verso la Pulp Fiction, dove poi si è saldamente insediato. Lo stesso Tarantino non ha mai fatto mistero del suo debito nei confronti degli spaghetti western del cinema italiano. Da Sergio Leone a Enzo Castellari a Sergio Corbucci. Scazzottate, sparatorie, ammazzamenti, in salsa di pomodoro. Talmente surreali da indurre più al grottesco che al tragico.

Cannibalismo e pulp, fenomeni che hanno caratterizzato la penultima stagione culturale, ora dominano, tardivamente, la scena politica, non solo italiana, dagli Usa al Regno Unito, ma soprattutto italiana. La “pancia” di cui da tempo si narra, in fondo, è questa. Si sono allentati i freni inibitori, prevale il realitysmo come malattia infantile del qualunquismo. Casting e marketing elettorale. Con dosi sempre maggiori di aggressività. Un sovranismo, in primo luogo, linguistico: il terribilismo verbale, in questo caso, tipicamente italiano. Cioè: parole in libertà. Trash esibito nella relazione, disintermediata, tra politica e popolo. Un polemos brandito senza alcun rispetto per la polis. Dalla demonizzazione dell’avversario al massacro verbale dell’“altro”. Un passato che non passa, quello dello schiaffo e del pugno, sino alle analogie, sottolineate da Enrico Letta, tra il “vaffa”, la “rottamazione” e la “ruspa”. La vita civile esibita nei suoi accenti più beceri. Decibel, come al Papeete.

E’ da questo blob, di fiction e social, che bisogna allontanarsi, velocemente. Da questo vertiginoso salire sulle montagne russe, sorvolando gli abissi di un Paese che, invece, avrebbe uno straordinario bisogno di tenere i piedi per terra. La gran parte del ceto politico attuale, la nuova casta, è frutto di questo. Con provvista di urti e contrasti, insulti e sparate. Gran blaterare di niente. Poi, come ti giri, non vedi altro che oligarchie, consorterie, combriccole, conventicole, camarille, cricche, congreghe, combutte. O correnti. Contro il politichese tanto populistichese. E particolarismo, perenne, eterno. Al primo posto, l’interesse personale. Lo spazio pubblico, un optional, in genere mal sopportato. Il familismo (non solo amorale). Il nepotismo. L’amico dell’amico. La fedeltà dei mediocri. Un’idea iperflessibile di etica pubblica. Per questo la “questione morale” non è un vezzo moralistico: ma una questione altamente politica. Non occorre essere fuori dalla politica per capirlo.

Nell’archeologia del sapere di un campo in sorprendente sviluppo, meritano una menzione certe pagine del compianto Edmondo Berselli, il quale aveva intrapreso un’esplorazione, purtroppo rimasta incompiuta, di ciò che il Paese – negli anni in cui egli, con tanto disincanto, lo osservava – stava incubando e che poi si è dispiegato davanti ai nostri occhi, negli anni più recenti, non solo l’ultimo. Non occorre scomodare i classici per sapere che oltre la folla, la moltitudine, la plebe, dovrebbe esserci una coscienza, che la modernità si dà nel confronto tra coscienze diverse, contrapposte nel conflitto sociale, in modo pluralistico, sull’asse destra-sinistra, dotate di visioni alternative del mondo, o, più semplicemente, del Paese.

E’ su questo che bisogna fissare un discrimine. Netto. Certo: i valori, i progetti, le proposte. Non c’è bisogno di ripeterlo. Ma è indispensabile anche un cambio di paradigma. In questione non c’è un altro governo, ma un governo altro. Non solo l’esigenza di un’alternativa. Ma anche di una radicale discontinuità. Nessun ritorno al passato. Nessuna operazione nostalgia. Ma un po’ di serietà è indispensabile. La serietà non è qualcosa di pesante e noioso. La competenza non è senso di superiorità. La politica non è solo liturgia, disputa amico-nemico, sgambetti e pugnalate alla schiena.

Bisogna che questo nostro Paese lo veda, lo senta. Certo, gli obiettivi programmatici e politici e gli approfondimenti e gli impegni concreti; ma soprattutto un bagno di umiltà e un chiaro spirito di servizio nei confronti del Paese. Meno di questo e siamo, senza rendercene conto, al poltronificio. Quindi è per questo che dobbiamo batterci, con la forza delle buone ragioni, con le ragioni della forza di cui disponiamo, per quanto piccola.

Per esempio, qualcuno spieghi a Graziano Delrio che l’accordo “alla tedesca” è esattamente il contratto di governo tra Lega e M5s, siglato inopinatamente al Pirellone; c’è già e se ne sono visti i risultati. Quello tedesco è un Vertrag. Qui occorre la politica. Un atto pubblicistico, non privatistico. Per rimanere nell’ambito della cultura tedesca: Politik als Beruf, esattamente come spiegava Max Weber. Cioè la politica come vocazione oltre che come professione.

E’ evidente che sarebbe auspicabile un lavoro scrupoloso di giorni tenacemente spesi a scrivere un programma. Ma probabilmente il numero dei giorni o delle pagine, per quanto fondamentali, non basterà a restituirci il carattere cruciale di questo passaggio. Un eventuale patto di legislatura tra M5s e centrosinistra o esprime uno spirito nuovo o è destinato a gonfiare le vele della cattiva politica che abbiamo visto all’opera negli ultimi anni, non solo nell’ultimo. Il problema non è aver fatto degli errori, ma la capacità di correggerli.

Chiudo con la lettera di Pier Luigi Bersani a “la Repubblica” di sabato contro l’illusione di un’“alternativa generica e fallace fra responsabili e populisti”, lasciando “largamente incustodita la nuova questione sociale” per una “piattaforma di svolta”. Diversamente “qualsiasi soluzione apparirà un arrocco difensivo, e la destra potrà rimanere protagonista nel paese”. Non so se la sinistra, in uno scenario che sino all’altro giorno abbiamo paragonato più ad un cumulo di rovine che ad una prospettiva orientata verso magnifiche sorti e progressive, abbia oggi la volontà, il nerbo, per pretendere da se stessa questa missione: ma questa è la missione della sinistra. Non solo un cambio di governo; non solo un’alternativa, realistica, possibile, al luna-park dell’ultimo anno; ma un mutamento radicale di paradigma sulla questione sociale, sulla forbice delle diseguaglianze, sui giovani non solo senza lavoro, anche senza speranze, sul carattere trasversale della questione ambientale, sulla filiera di una conoscenza da rilanciare, a partire dalla scuola, perché senza idee non si produrranno mai fatti nuovi, sì, per cambiare l’Europa, la comunità di destino, in un rapporto dinamico in cui è anche l’Europa ad attendere di sentir la voce di un’altra Italia.

L’attuale centrosinistra sarà all’altezza? Saggio dubitarne. Giusto provarci.

Marco Macciantelli

Allievo di Luciano Anceschi, dottore di ricerca in Filosofia, già coordinatore della rivista “il verri”, agli studi e alla pubblicazione di alcuni libri ha unito l'impegno politico di amministratore pubblico.