Un’opa ostile per neutralizzare la sinistra: il renzismo visto dal Titanic

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Diffidate dei giudizi affrettati. Evitate le litanie di pletore di nostalgici della Leopolda, che, senza aver letto nemmeno un rigo del libro, riesumeranno per l’occasione il solito repertorio classico di Gufi e Rosiconi. Hanno stufato. E non vi fermate solo al titolo, che pure è azzeccatissimo. Il volume di Chiara Geloni non è semplicemente un prezioso affresco sulla storia recente del declino della sinistra italiana, ma un punto di vista utile e originale per contrastarne la gigantesca rimozione già in corso.

Quella che in questi ultimi mesi considera il renzismo un semplice incidente di percorso. Oppure la vulgata sterminata di commentatori della domenica che per anni hanno lodato acriticamente le gesta epiche del senatore di Rignano che rottamava i veterocomunisti, per poi riciclarsi con velocità felina scrivendo puntuali analisi sul perché della sua disfatta. Come se avessero vissuto su Marte.

Titanic, dunque, è un formidabile strumento di lotta politica in tempi di conformismo di ritorno. Autonomo, critico, ma nient’affatto autoassolutorio. Racconta quel pezzo di strada che ci ha portato alla sconfitta del 4 marzo. Sconfitta che non è solo elettorale e che riguarda tutto il campo progressista, dai riformisti ai radicali. Cinque anni in cui la sinistra italiana ha completato la sua trasformazione, recidendo definitivamente il legame con la tradizione del movimento operaio e con le culture costituzionali che avevano fondato la Repubblica.

Troppo semplice leggerlo, dunque, come una cronaca della scissione. Che pure fa con fedeltà e dovizia di particolari, descrivendone i tormenti, le esitazioni, i ritardi. Perché la crisi del Pd non è una cosa che nasce allora, in quel tornante che vede l’avvento di Renzi a Palazzo Chigi. Sta dentro un modello di partito competitivo che avrebbe via via disintegrato l’insediamento sociale storico per sostituirlo con i più comodi comitati elettorali. Che arriva a confondere – e successivamente a rimpiazzare – l’urgenza del rinnovamento con l’ansia della rottamazione e dunque della cancellazione della memoria e delle radici. Un partito che a un certo punto sembra subire un’opa esterna, una sorta di circolazione extracorporea che ne azzera la ragione sociale.

La Geloni ha il merito di provare a scavare nelle motivazioni, evitando l’errore dei retroscenisti nostrani che riducono lo scontro di questi anni a un mero duello rusticano tra galli nel pollaio. La fine del centrosinistra non nasce solo dal destino cinico e baro di una “non vittoria”, ma da un obiettivo ben preciso, ispirato anche da pezzi dell’establishment italiano e non solo, che considerava Italia Bene Comune un’anomalia da distruggere. Con la stagione di Bersani e di Vendola vissuta come una parentesi fastidiosa da archiviare rapidamente. Una svolta troppo forte nel cuore dell’Europa della
Merkel.

E il renzismo è frutto di quel ragionamento, di quell’impostazione. Normalizzare la sinistra, renderla socialmente neutrale, alimentare una modernizzazione depurata dal peso e dagli interessi dei corpi intermedi.

Uno spostamento tellurico sul versante moderato, attraversando quelle colonne d’Ercole che nemmeno Berlusconi riuscì a varcare – pensiamo all’articolo 18 -, che avvenne attraverso un’operazione trasformistica di rara spregiudicatezza: andare al governo con i voti della sinistra per realizzare il programma della destra economica.

Geloni non fa sconti nemmeno alla nostra esperienza di LeU e di Articolo Uno. Racconta i mesi concitati del passaggio da Pisapia a Grasso e la difficoltà di lanciare un messaggio chiaro e netto per conquistare un popolo smarrito, risucchiato dalla calamita populista. E fa bene a ricordarcelo. La nostra esperienza politica ha senso se non si perde sul terreno della mera tecnica elettorale, se non affoga nel tatticismo o se non si limita a fare mera testimonianza.

Eppure il finale è aperto. La mazzata è arrivata, ci ha ridotti a pugili suonati, ma lo spazio per risalire c’è. Se ripartiamo dalle ragioni, quelle vere, che ci hanno portato a fondare Articolo Uno. Ovvero il vuoto creato dall’assenza di una forza nazionale che si candidi innanzitutto a rappresentare gli interessi di chi lavora e di chi è sfruttato. La sfida è lì.

E occorre avere un po’ più di fiducia in se stessi. Non siamo nobiltà decaduta, siamo una forza che è soltanto all’inizio della propria avventura politica. Grazie, Chiara.

Arturo Scotto

Nato a Torre del Greco il 15 maggio 1978, militante e dirigente della Sinistra giovanile e dei Ds dal 1992, non aderisce al Pd e partecipa alla costruzione di Sinistra democratica; eletto la prima volta alla Camera a 27 anni nel 2006 con l'Ulivo, ex capogruppo di Sel alla Camera, cofondatore di Articolo 1. Laureato in Scienze politiche, ha tre figli.