Teniamo i diritti fuori dalle urne. Non possono essere usati per forzature di parte

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L’11 settembre 2017, in fase pre-elettorale, avevo scritto un articolo sui diritti umani, tema che da quattro anni mi dà da vivere, in giro per il mondo. Da allora il tema ha ricevuto solo recentemente una certa copertura mediatica, e per due principali ragioni. La prima è stata la (drammatica, se non grottesca) seduta del Senato con la quale si è istituita la Commissione Diritti Umani; questa – bisogna ammetterlo – ha attirato l’attenzione più degli addetti ai lavori, come il sottoscritto, e di pochi giornalisti.

La seconda, che in assoluto è stata il fatto di maggior notorietà, è invece legata alla nomina della Presidente della Commissione del Senato nella persona della leghista Stefania Pucciarelli che – agli occhi di molti commentatori – “rappresenta il tentativo stesso di ridefinire il concetto di “diritti umani”). Come ben sintetizza Massimo Gramellini nel suo articolo Diritti umani à la carte: “La nuova presidente della commissione del Senato per i Diritti umani plaude alle ruspe nei campi rom, è contraria a introdurre il reato di tortura, definisce «zecche» i frequentatori dei centri sociali e l’anno scorso ebbe dei guai con la giustizia per essersi felicitata sui «social» con un tizio che invocava il forno per i migranti”.

Di seguito il testo originale del 2017:

In questa fase di pre-campagna elettorale la parola “diritti” sembra incamminarsi verso le urne. Gli ultimi, in ordine di tempo, ad utilizzarla sono stati Gad Lerner e Barbara Pollastrini.

Il primo ha motivato la propria decisione di abbandonare il Pd a causa dell’ “involuzione della politica del Pd sui diritti umani e di cittadinanza”. La seconda ha invece sostenuto, rispondendo al sostegno di Nadia Urbinati alla scelta dell’ex Direttore del Tg1, che “dopo la caduta delle grandi ideologie, i diritti umani sono l’unica utopia di questo nostro tempo. Per chi ha una passione e qualche responsabilità politica e civile, l’impegno è dare concretezza giorno per giorno a questa utopia”.

I diritti, e in particolare i diritti umani, non sono e non possono essere il patrimonio politico di una sola parte. Essi sono patrimonio di tutti, un patrimonio che corre però il rischio di essere dissipato, divorato dalle dichiarazioni programmatiche, così avviandosi ad una progressiva perdita di senso come vocabolario e utopia comuni.

Questo è un problema mondiale. Barbara Pollastrini richiamava il libro di Samuel Moyn, intitolato proprio “L’ultima Utopia”. Che questa ultima utopia sia però concreta (e ultimamente realizzabile) è in discussione su più fronti. Non a caso altri accademici hanno intitolato altri libri sui diritti umani in termini di “Il tramonto dei Diritti Umanio “La Fine dei diritti umani”.

Non si tratta di una discussione limitata alla torre d’avorio delle università. E’ un tema che – a leggere i giornali – sta acquistando una crescente rilevanza elettorale.

Ne è un campanello d’allarme la lettera recentemente inviata dall’onorevole Antonio Palmieri all’Avvenire, e pubblicata insieme alla risposta del direttore, Marco Tarquinio. In essa il deputato di Forza Italia ha stigmatizzato come “ovunque in Occidente sono i partiti di sinistra (…) i primi paladini” della “ideologia dei nuovi “diritti”. Sempre sulle pagine del quotidiano della CEI era apparso, lo scorso anno, un altro pezzo intitolato La nuova Babele dei diritti distorti in cui l’ex direttore – Pier Giorgio Liverani – esprimeva il bisogno di “distinguere i «diritti» dai «distorti»”. Tarquinio ha spronato a restare “fedeli” alla Costituzione come “coraggioso, civilissimo e straordinariamente armonico esito dell’incontro” delle “visioni liberali e socialiste così come del popolarismo di matrice cristiana”.

Cosa vuol dire però essere “fedeli” alla Costituzione? Anche Liverani faceva infatti riferimento ad essa, ritenendo però che solo i diritti non-distorti sono “quelli di cui si occupa la Costituzione in quanto carta fondamentale dello status del cittadino”, mentre quelli “«distorti», che arrivano sempre a formulazioni egoistiche, libertarie e libertine, diventano addirittura, di fatto, istituzione di princìpi delittuosi o assurdità, negazione della logica come l’aborto, l’eutanasia, le pratiche eugenetiche nella fecondazione artificiale, il «matrimonio » tra persone del medesimo sesso”. E allora, chi può dirsi davvero il paladino dei diritti?

Tradizione cristiana, liberale e socialista non sono – di per sé – in necessaria armonia e questa è una questione radicale all’identità del centrosinistra. Ricondurle a un’unità polifonica è il compito del centrosinistra, di un centrosinistra che sappia però anche fare chiarezza a livello di società civile che il comune terreno dei diritti è il piano su cui si sceglie come attuare la Costituzione, una scelta che dipende da tutti noi e un’attuazione da costruirsi nella promozione del dialogo fra tutte le forze sociali.

“Essere umani significa essenzialmente parlare, comunicare, entrare nel giro di una conversazione. La violenza ha questo di terribile e di disumano. Interrompe il discorso. La violenza dà così scacco alla cultura come (…) insieme di esperienze e di idee condivise e convissute, realtà di gruppo”. Così Franco Ferrarotti.

Se intendiamo la violenza in questi termini, il centrosinistra dovrà misurarsi con il bisogno di proteggere il discorso sui diritti dalla violenza della competizione elettorale, salvaguardarlo come spazio di dialogo comune a tutte le forze politiche, scevro da logiche di marketing pre-elettorale. Dovrà saperlo proteggere da ogni attacco o tentativo di accaparramento, perché può esserci “chi ha una passione e qualche responsabilità politica e civile” eppure non comprende come noi i diritti umani, o chi li comprende diversamente e non per questo deve essere additato come il “distorsore” dei diritti.

Bisogna ammettere, per quanto doloroso e preoccupante, che il linguaggio dei diritti, sviluppatosi come esperienza corale all’indomani della Seconda Guerra Mondiale (e poi nel processo di decolonizzazione e di ricostruzione successiva al crollo dell’Unione Sovietica), è oggi sempre più frammentato e difficile da decifrare, spesso accantonato, quando non  apertamente messo in discussione a livello sociale e politico.

Non si tratta solo del Presidente Trump, che ha, se non eliminato, severamente ridotto l’importanza dei diritti umani nell’agenda internazionale degli Stati Uniti, nel suo viaggio negli Emirati Arabi, così come nella dichiarazione congiunta col premier indiano Modi.

Anche la premier britannica Theresa May non ha esitato a dichiarare che, volendo “comprimere la libertà e la circolazione di sospetti terroristi quando abbiamo abbastanza prove per sapere che sono un pericolo ma non abbastanza per perseguirli legalmente in tribunale”, “se i diritti umani non ci consentono di farlo, cambieremo la legge così potremo farlo”.

In Russia assistiamo invece a quella che Giacomo Galeazzi aveva definito, già nel 2013, come una nuova “alleanza trono-altare”. Questo rafforzamento della dimensione politica della tradizione religiosa ha portato – attraverso la Dichiarazione di Mosca del 2011 sui Diritti Umani e Valori Tradizionali – a quello che gli esperti definiscono uno dei più temibili “assalti ai diritti umani” che, reinterpretandone il contenuto, consente di legittimare politiche considerate di repressione. I “valori tradizionali” rischiano quindi di rivelarsi un cavallo di Troia per i diritti e parte di una strategia internazionale sapientemente architettata. Basta, sul punto, ricordare che nel marzo 2017 La Stampa riprendeva le parole di “Sergei Zheleznyak, il numero due di Russia Unita, il partito di Putin, vicepresidente della Duma, un uomo finito nella blacklist dell’amministrazione Obama di personaggi – banchieri, finanzieri, politici – sospettati dagli Usa della precedente amministrazione di operare nell’ambito del finanziamento di attività antieuropee in Europa”. Zheleznyak, che aver appena siglato un “patto di cooperazione” con la Lega Nord, si diceva pronto a siglare un analogo accordo (con annesso finanziamento) con i Cinque Stelle, per una «cooperazione in materie come la sicurezza, la difesa dei valori tradizionali, la futura cooperazione economica tra Italia e Russia».

Mentre Trump legittima il nuovo approccio internazionale dell’amministrazione americana in termini di “non vogliamo imporre agli altri il nostro stile di vita”, il Front National in Francia evolve in termini di protezione del “patrimonio greco-romano e cristiano” della civiltà europea.

Nelle ultime settimane, ha fatto molto discutere il caso del piccolo Charlie Gard, e del diritto dei genitori a cercare di mantenerlo in vita.

Nel 2014, peraltro, il Parlamento del Belgio ha votato la soppressione del limite dei 12 anni per l’eutanasia di bambini malati terminali “in grande sofferenza e con il consenso dei genitori”. Sempre facendo riferimento a diritti e libertà, la giurisdizione olandese ha, nel 2006, riconosciuto il diritto di presentarsi alle elezioni a un partito il cui unico obiettivo (per questo soprannominato dalla stampa “il partito dei pedofili”) era quello di proporre l’abbassamento (da 16 a 12 anni) dell’età minima a cui un minore può legalmente consentire ad avere rapporti con persone anche maggiorenni. Una tale proposta era, manco a dirlo, giustificata dal “diritto” alla libertà di autodeterminarsi dei minori.

La contesa sui diritti tocca peraltro tutti i paesi europei: in Belgio il Parlamento vallone ha votato – in virtù sempre dei diritti (questa volta però degli animali) – la proibizione della macellazione in modo conforme ai precetti religiosi tanto ebraici quanto musulmani. Queste minoranze avranno quindi crescenti difficoltà a seguire le norme alimentari considerate un imperativo religioso, e così denunciano la violazione dei loro diritti alla libertà religiosa. Ciascuno parla di diritti, come frammenti di un mosaico di senso impossibile da ricomporre.

Il discorso sui diritti è problematico non solo per i cittadini di paesi esteri o per i credenti di minoranze religiose in paesi Europei.

Intervenendo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel settembre 2015, Papa Francesco è stato il primo pontefice (dai tempi di Paolo VI) a ridurre al minimo ogni riferimento ai diritti umani, al punto che lo stesso Moyn ne concluse che il Papa aveva “rinunciato ai diritti umani”. Il Papa aveva peraltro già messo in guardia, nel suo discorso al Parlamento Europeo nel novembre 2014, dal rischio di un “paradossale abuso del concetto di diritti umani”. Il cardinale Parolin ha poi, nell’ottobre 2016, pubblicamente condannato “le contraddizioni conseguenti a un’incontrollata proliferazione dei diritti, spesso avvenuta trascurando i corrispondenti doveri e il fondamento degli uni e degli altri”.

La questione del fondamento dei diritti era già (perché poi la storia va avanti, le ideologie hanno andamenti carsici, ma le idee restano) un tema centrale nella nostra Assemblea Costituente.

La troviamo documentata e discussa in modo pieno e chiarissimo nell’acceso dibattito che coinvolse, fra gli altri, Lelio Basso, Palmiro Togliatti, Giovanni Dossetti e Giorgio La Pira; e che portò alla formulazione del secondo e del terzo articolo della nostra Costituzione, quelli relativi proprio ai “diritti inalienabili”, ai “doveri inderogabili” e alla “pari dignità sociale”.

Un centrosinistra che voglia dare attuazione alla nostra Costituzione non può permettere a nessuno brandire i “diritti” o le “libertà” come qualcosa di univoco e assoluto, perché non lo sono e la nostra Costituzione manca di un chiaro fondamento filosofico che ne ancori l’interpretazione ad una precisa tradizione di pensiero. La Pira fece in tal senso una proposta, però rigettata per le stesse ragioni per le quali la Dichiarazione Universale del 1948 manca di un univoco fondamento filosofico (su cosa sia e cosa implichi l’universalità morale dei diritti umani ancor oggi ci sono più domande che risposte).

In questa situazione, parlare di diritti impone, più che di proporre soluzioni o proprie aspettative, di porre domande: Quali diritti? Di chi? Con quali doveri? Per chi? E soprattutto: con quale fondamento?

Diritti e libertà non sono e non possono essere vessilli di partiti che si scontrano nella competizione per i voti. Essi devono essere, da tutti, riconosciuti come patrimonio comune, per dare senso ai quali bisogna ricreare un dialogo più forte degli anatemi, che guardi al bene dell’Italia e degli altri paesi, al bene delle persone (e possibilmente al Bene tout court) oltre la conta delle legislature. Se non sapremo fare questo il rischio, micidiale per tutti, è che strumentalizzare i diritti per fini elettorali porti al loro accaparramento, al perderli (nel vivere sociale e ben al di là delle elezioni) come lingua comune con cui cittadini e gruppi sociali possano esprimersi e scontrarsi, confrontarsi e convincersi.

Cautela dunque deve essere posta al rischio di portare i diritti (e le libertà!) alle urne, così cristallizzandoli come beni propri di tradizioni o formazioni politiche diverse, perdendo così di vista l’importanza che i diritti siano vettore di dialogo e di unità, di costruzione di una visione comune di senso e di destino cui ciascuno possa conformarsi, nella scelta elettorale così come nel modo in cui ci relazioniamo- nel quotidiano- al nostro prossimo.

Gabriele D'amico

Torinese, avvocato, appassionato di diritto ed economia della cultura, dottorando fra Berlino e Gerusalemme in diritti umani e diversità culturale. Consapevolmente olivettiano, credo nella capacità umana di superare la gregarietà del sistema limbico e ragionevolmente spero in un futuro di sviluppo umano integrale.