Spagna, Italia, Francia: tre casi che spiegano da dove ricostruire

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È ancora possibile ascoltare, capire e dialogare? In questo presente, che tende a cambiare tutto velocemente, è sempre più complesso osservare per poi agire. Proviamo, perciò, insieme a riflettere su tre argomenti per intraprendere un percorso comune. Per confutare, anche, i tanti principe di Salina che come nel film ‘Il Gattopardo’ vogliono cambiare tutto affinché tutto rimanga come è.

1. Il voto in Andalusia: Vox, un partito di estrema destra fondato nel 2014, è entrato per la prima volta in un parlamento (12 seggi). La Spagna, con la sua positiva diversità, era uno dei pochi Paesi in Europa ad aver arginato la spinta offensiva della destra più estrema. Invece proprio in Andalusia, governata da 40 anni dai socialisti (una vera roccaforte), in cui finora il PP aveva fatto da camera di compensazione, irrompe la ‘destra di prima gli spagnoli’, quella che odia le femministe (vogliono la donna a casa), nega il cambiamento climatico ed è nostalgica di Franco.
Non ha funzionato Adelante Andalusia, la coalizione di Podemos e Izquierda Unida, che insieme hanno ottenuto tre seggi in meno di Izquierda Unida e Podemos separatamente nel 2015. Risultato deludente anche per il PSOE (si è fermato al 28%), dovuto anche alla situazione di difficoltà che sta attraversando in quella regione.
Al voto si è arrivati con un tasso di disoccupazione altissimo, afflusso massiccio di migranti dal sud (che le strutture locali non hanno saputo gestire), record di persone a rischio povertà, peggiore spesa sanitaria per abitante di tutta la Spagna e un bilancio ambientale (e di inquinamento) preoccupante. In questa situazione, come prevedibile, c’è stato un astensionismo record (ha votato solo il 58,6% degli aventi diritto). È da sottolineare che gran parte dell’astensione proviene da sinistra.
In questo quadro ha avuto campo libero l’onda nera di Vox con i suoi toni e i contenuti: unità della Spagna (in riferimento soprattutto all’indipendentismo catalano), abolizione delle autonomie regionali (ricentralizzazione in ambito educativo e sanitario), abolizione della legge per la protezione delle donne contro la violenza machista, costituzione di un ministero per la famiglia naturale, no all’immigrazione, protezione della tauromachia e della caccia, abbassamento delle imposte con flat tax al 21%, lotta alla corruzione, modifica della legge sull’aborto, chiusura delle moschee, no all’Europa (in linea con il gruppo Visegrad, il club anti-Bruxelles dei governi Est europei che attrae moltissimo anche Salvini e Le Pen), chiusura dello spazio Schengen, muro a Ceuta e Melilla, riconquista di Gibilterra.
La Spagna agli Spagnoli, suona familiare? Le elezioni in Andalusia confermano la tendenza concretizzatasi in Germania, Italia, Austria e Svezia: perdono i partiti tradizionali (popolari, socialisti, o un mix di entrambi), quindi si impongono forze radicali, e trovano seguito formazioni sovraniste, populiste e nazionaliste.

2. Il 52esimo Rapporto sulla società italiana del Censis: per descrivere l’Italia di oggi è stata scelta l’espressione “sovranismo pischico” per indicare un miscuglio di solitudine, abbandono da parte della politica, paura, proliferazione del rancore come sentimento dominante delle relazioni sociali.
L’Italia che il 4 marzo aveva sognato di trovare la soluzione a tutti i problemi grazie ai partiti populisti (attualmente saldati nel vincolo del governo giallo-verde) sembra non trovare più il faro che illumina la navigazione sicura verso il futuro. In questo poco desiderabile eterno presente l’ascensore sociale si è di nuovo bloccato e si accentua paurosamente la forbice sociale. In tutto questo, il governo del presunto cambiamento appare affannato su una manovra divenuta ormai una complicata sommatoria di provvedimenti che si allontanano da un percorso rigoroso e strutturato di intervento pubblico.
Alcune percentuali presenti nel rapporto impongono una riflessione anche di fondo. Il 37,1% del campione interpellato è un sostenitore della tradizionale divisione dei ruoli e il 22,7% è convinto che le faccende domestiche debbano essere svolte dalle donne (lo sostiene anche il 19,7% delle interpellate). È in questa aberrazione che scaturiscono le violenze maschili contro le donne, quelle che il movimento ‘Non una di meno’ denuncia da alcuni anni.
Continuando a scorrere le pagine elaborate dal Censis emerge che cala la fiducia nella politica, e cresce il risentimento verso le istituzioni europee. Il potere di acquisto delle famiglie italiane è sceso del 6,3% rispetto al 2008. Gli immigrati extra Ue sono percepiti come un problema dal 63% degli italiani (anche come minaccia allo stato sociale e per ragioni economiche). Persiste lo squilibrio tra nord e sud del Paese: dopo la crisi, infatti, una parte dell’Italia ha recuperato il terreno perduto e un’altra è andata più indietro.
Un quadro allarmante su cui pesa molto la condizione lavorativa dei giovani (precarietà e sottoccupazione), lo smarrimento della società italiana e la convinzione che i prossimi anni non porteranno un miglioramento delle condizioni materiali di vita (soprattutto della popolazione che ha pagato maggiormente il prezzo delle crisi). Inoltre, si deve considerare – con ricadute sul futuro – che siamo al quartultimo posto in Europa negli investimenti in formazione e istruzione (con un tasso di abbandoni scolastici molto significativo).
La conflittualità imperante, individualizzata, frammentata riscontrata dal Censis, non è una forma strutturata naturale della nostra società, ma il frutto dell’uso mediatico (rimbalzato alla velocità favorita dai social) di emergenze senza un reale riscontro nella realtà. Lo scopo, abbastanza chiaro, è quello di preparare il terreno per l’ascesa di ‘un sovrano’ autoritario al quale affidare le sorti del Paese.
Le alternative ci sono e sono possibili. Nel nostro Paese ci sono gruppi di persone che le stanno cercando, che si organizzano e scendono anche in piazza. Ci vuole coraggio nel rendere queste testimonianze politicamente realizzabili. Fermare la deriva verso il peggio, ridare fiducia nel futuro per contrastare il senso d’ingiustizia e impotenza.

3. I gilet gialli: un movimento nato attraverso il web con petizioni contro la carbon tax, la prima protesta (Atto I) è stata il 17 novembre in cui 240mila persone hanno manifestato in tutta la Francia. Ci sono molteplici interpretazioni del movimento polimorfo dei gilets jaunes (a cui aderiscono anche molti delusi di sinistra), ma le cause di malessere esistevano già prima dell’elezione di Macron (avvertito adesso diffusamente come il candidato dell’élite e dei ricchi). Il movimento sorprende per ampiezza, spontaneità,  radicalismo e per non avere una struttura organizzativa né un leader (ci sono 8 portavoce o esponenti più attivi sui social). Nata come protesta contro il caro carburanti, in poche settimane si è politicizzata e ampliata a una lista di 42 rivendicazioni (dal salario minimo alle pensioni) saldandosi attorno allo slogan “Macron dimettiti”. Degno di nota anche il divario di consenso: il movimento riceve il sostegno di circa il 75% dei francesi, mentre il presidente è ai minimi storici (vicino alla percentuale ottenuta al primo turno). Nelle rivendicazioni trova espressione e sfogo tutta la collera di una Francia dai redditi modesti, delle classi popolari, che costituisce un’ampia parte della popolazione. Dalla crisi del 2008, il livello di vita dei francesi non migliora più. Sono pertanto 10 anni che il potere d’acquisto stagna. Nonostante il reddito non cresca più, i francesi vedono crescere tante voci di spesa: affitto, costi della casa, rimborso dei debiti, abbonamenti, assicurazioni e molte altre.
Nel zone rurali l’aumento del costo della benzina è maggiormente avvertito perché incide sui spostamenti per lavoro e altre necessità e (molte volte) non ci sono alternative all’uso dell’auto perché i trasporti pubblici sono carenti.
I gilet gialli gridano a gran voce che non si sentono rappresentati. Ma il terreno che perde Macron non va a vantaggio di nessun altro. A sinistra il partito socialista è ridotto male e non si intravede un nuovo Mitterrand. Appare molto difficile dare una risposta al disagio sociale diffuso nel Paese visto il vuoto politico che esiste in questo momento.
L’Europa sta vivendo una profonda crisi della sua classe politica. La rivolta francese dimostra la fragilità di una certa tipologia di leadership. Macron è costretto a fronteggiare un complesso faccia a faccia con i cittadini.
Bisogna ascoltare e poi agire concretamente, per non incentivare la collera. Trovare le modalità di dialogo anche con i movimenti non strutturati come quello dei gilet gialli sarà la sfida di domani. Ritrovare la connessione con il Paese reale è la sfida di ogni giorno.

Questi argomenti, anche se in brevissima analisi, forniscono un quadro d’insieme della situazione in cui ci troviamo ad agire. Emergono complessità, criticità ma anche utili similitudini come fattori propositivi per spingere all’iniziativa concreta per l’avvio di un progetto nuovo, nel nostro caso una “forza eco-socialista e del lavoro”. Fondamentale, in questa fase, è costruire un nuovo linguaggio, una nuova ideologia per una sinistra capace di contrastare e vincere la battaglia culturale con la nuova destra. Trasmettere alle persone la certezza che la politica viene fatta per tutti e non solo per i soliti pochi. È fortemente necessario trovare nuove strategie per fronteggiare le sfide imposte dai cambiamenti climatici, dalle migrazioni, dalle crisi geopolitiche, dal disagio sociale e dalla quarta rivoluzione industriale. Infondere fiducia nel cambiamento e impegnarsi con passione e volontà per un futuro migliore. Anche un viaggio di mille miglia inizia con un primo passo. Avanti, iniziamo questo viaggio di Ricostruzione.

Fosco Taccini

Pensatore innovativo e lettore onnivoro (a volte con sottofondo rock), scrive per riflettere in profondità e con creatività. Adora immergersi nella natura e nella politica per osservare e comprendere con attenzione ogni dettaglio. Social, grafica, Articolo 1, LeU.