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Andare a Palermo per capire Riina, che ci ha reso più poveri

| Italia

Per capire Totò Riina bisogna aver vissuto abbastanza. E se si è stati a Palermo lo si capisce anche meglio.

Alla fine degli anni ’70 dell’altro secolo, la mafia siciliana (Cosa nostra) capisce che può fare un salto di qualità: non più lo smercio di sigarette di contrabbando e qualche dose di eroina. Può entrare nel giro della raffinazione e del taglio delle droghe e quindi anche nel controllo dell’ingrosso. Questo passaggio – che porta in Sicilia enormi quantità di droga e di danaro – mette gola a personalità più aggressive e sfrontate del solito patriziato mafioso cittadino, fatto dei Bontade e degli Inzerillo.

Emergono allora i capi del contado della provincia (Riina e Provenzano, i corleonesi). Sono più rozzi e violenti ma non si pensi che non fossero svelti nel cogliere le novità. Né che non sapessero di chi servirsi: colletti bianchi e famiglie professionali cittadine non se le mettono contro.

Anche con Riina e Provenzano – che pure avevano le scarpe sporche del fango dei campi – la mafia resta classe dirigente in provincia di Palermo e condiziona tutto il ciclo degli affari e poi della politica.

Bontade e Inzerillo verranno spazzati via e la Cosa Nostra dei corleonesi potrà rivolgere la sua criminale attenzione a uno Stato che finalmente – sconfitte le Brigate rosse – cominciava a reagire con letture sulla mafia più franche e strategie di contrasto più efficaci. Gli omicidi di Piersanti Mattarella prima (gennaio 1980) e Pio La Torre e Dalla Chiesa poi (aprile e settembre 1982) avvengono su questo crinale storico. Riina riporterà l’ergastolo per tutti e tre gli omicidi.

Nel contempo i corleonesi regolano molti conti nel “loro” campo politico: basti citare l’ex sindaco di Palermo Insalaco ucciso nel 1988, per arrivare all’eliminazione dei titolari delle concessioni per la riscossione delle tasse, Ignazio e Nino Salvo, e di Salvo Lima nel 1992.

Nel curriculum di Riina seguiranno le vendette su Falcone e Borsellino nel maggio-luglio 1992: le stragi che ci hanno lasciato cicatrici indelebili.

Veniamo all’oggi.

Totò Riina è morto. Ma il figlio poco più di un anno fa è andato in televisione e dirci che lui è l’erede e che di un padre così non c’è da vergognarsi. Non si rinnega un padre nemmeno se ha una fedina penale così fitta di sangue e abiezione. Nemmeno se dal 41-bis continuava a lamentarsi dei magistrati e a lanciare il messaggio che voleva Nino Di Matteo morto.

La mafia è un sistema di vita basato sulla rendita della violenza. Non il lavoro onesto nel contesto dei fattori produttivi; ma accumulazione di capitali mediante l’intimidazione e la sopraffazione degli altri.

Essa ci ha tolto tante opportunità e ci ha messo le mani in tasca. A causa di gente come Riina siamo più poveri.

Ho vissuto abbastanza per capirlo. E andando a Palermo l’ho capito anche meglio.

 

Lucrezia Ricchiuti

Ex senatrice della Repubblica, capogruppo di Articolo 1-Mdp in commissione parlamentare Antimafia, componente della V commissione Bilancio. Già vicesindaco di Desio