Noi del Sud e la “secessione dei ricchi”: non abbiamo paura, ma serve all’Italia?

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La questione meridionale in salsa autonomista: potrebbe essere questa la sintesi degli ultimi due mesi che registra il duello fra élite dominante, industriali interessati, borghesia del vento del Nord, intellettuali giù dall’Aventino, alcuni politici preoccupati; ma che non appassiona e continua a tener fuori la gente comune. Il cittadino, che poi è il destinatario di servizi, prestazioni e diritti sociali, resta il convitato di pietra.

La “secessione mascherata”, l’“autonomia differenziata”, la “secessione dei ricchi”: titoli ad effetto che rimbalzano su articoli che pochi leggono e in appelli che servono più al posizionamento dei firmatari che alla divulgazione culturale e comunicazione cognitiva fra le persone. Il popolo, distratto, arrabbiato, disincantato e preso dalla lotta per vivere con poco, non ha tempo per approfondire e comprendere cosa nascondono le frasi ad effetto e l’entità della posta in palio.

Il Mezzogiorno rischia ora di pagare a caro prezzo la sua scarsa governance e irrilevanza politica. Occorrono proposte articolate per ostacolare il “Vento del Nord”, che soffia forte. Non è possibile prendersela con le classi dirigenti settentrionali solo perché si sono dimostrate più brave e abili. Hanno fatto in modo che il Paese metabolizzasse una vera “questione settentrionale”!

Assolombarda (Carlo Bonomi) e Industria Veneta (Matteo Zoppas) soffiano forte nelle loro trombe, a cui Confindustria (Vincenzo Boccia) e Industria Campana (Vito Grassi) contrappongono le loro campane. Luca Zaia ed Attilio Fontana trasmettono con paternalismo che l’autonomia permetterebbe al Sud di ostacolare il malgoverno locale e di scegliersi finalmente una classe dirigente capace. Una parte di vero c’è, ma resta una mediocre tattica per sostanziare il loro vero intento utilitaristico, non certo altruista.

Sorprende fino a un certo punto che le maggiori preoccupazioni siano concentrate su materie, quali Infrastrutture, Energia, dove maggiori sono le attese e la declinazione degli interessi privati e vizi pubblici.

Il Sottosegretario alla Presidenza minaccia che se il 15 febbraio prossimo non si firmerà l’intesa fra il Premier e i governatori richiedenti, il Governo centrale cade. Al di là del fatto che, nel caso, non ci strapperemo i capelli, credo invece che non si può decidere una cosa di tale portata attraverso procedure e accordi ristretti fra pochi “intimi”. Nel caso va resa oggetto di un’ampia discussione a livello sia parlamentare che popolare.

I pericoli di un’operazione affrettata e non concordata sono stati ben circostanziati dallo SVIMEZ. Numeri alla mano, l’autonomia è da promuovere se opportunamente argomentata e se aumenta l’efficacia e l’efficienza nell’uso delle risorse, senza compromettere il requisito della solidarietà nazionale.

Il disegno di legge, se mai sarà presentato, ritengo faticherà non poco a raggiungere la maggioranza assoluta richiesta delle Camere, come previsto all’ articolo 116 della Costituzione. Senza trascurare che lo stesso dispositivo di legge dovrà essere altresì conforme alle regole dettate dall’articolo 117 all’articolo120 che stabiliscono “paletti” importanti e selettivi.   

E poi, lo stesso “ultrà milanista”, oggi alla guida degli Interni, nel suo intento di “nazionalizzare” la Lega Nord, non penso sia interessato più come prima, visto l’obiettivo di radicarsi, ahimé con successo, nel Centro-Sud. Posso sbagliarmi, ma si cercherà una possibile “via di fuga”. “Cost & benefit analysis”, come sanno anche al Nord, non conviene. Finanche da un punto di vista delle sole prospettive economiche. Salvo, ovviamente, non prevalga l’egoismo territoriale per un’inquietante secessione fine a se stessa.

Il punto è: se una marcata autonomia regionale conviene al Paese intero; migliora la tenuta, lo sviluppo e la competitività dell’Italia, facciamola! Vorrei sentir parlare di efficienza dei provvedimenti da varare e di coesione nazionale da salvaguardare.

Da cittadino meridionale, rassicuro che non vogliamo elargizioni benevoli e/o caritatevoli, ma il riconoscimento che molta parte della ricchezza del Paese e dell’economia reale, che lo stesso produce, ci appartiene.

L’idea di un Mezzogiorno impaurito e questuante non mi piace. Anzi, da “professionista del lavoro in fabbrica”, non certo da intellettuale, vorrei, perdonatemi, sottolineare che in una creativa analisi SWOT sullo sviluppo del Paese e il destino della sgangherata Europa, il Mezzogiorno andrebbe posizionato nella casella “O” =  Opportunity se non “S” = Strength; ovvero un’opportunità se non un punto di forza. Sarò di parte, ma a medio termine il Mezzogiorno può rivendicare il ruolo e la funzione di “HUB per lo sviluppo con crescita occupazionale” e di “Fulcro del Mediterraneo”, come vera porta commerciale e culturale per l’Europa. Suggerisco di tener presente anche questo scenario nel processo di “elasticizzazione” in corso d’opera del Titolo V della nostra Carta Costituzionale.

Rosario Muto

Laureato in Ingegneria Elettrotecnica c/o Politecnico di Napoli. Lavora nel Settore Aeronautico di Leonardo-Finmeccanica c/o Stabilimento di Pomigliano d’Arco (NA). Si interessa di Business Development & Program Management nell’ambito delle nuove iniziative industriali. Autore di studi su “Programmazione Industriale nell’area metropolitana di Napoli tra suggestione e realtà”. Esperienze maturate anche nelle Istituzioni Locali. In segreteria regionale Articolo Uno Campania con deleghe su Lavoro, Sviluppo, Politiche Industriali.