L’unità è un valore, ma non serve una lista unitaria senza un’analisi nuova

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L’Unità è un valore. Può apparire banale, ma è utile ribadirlo. Sempre. Il nostro mondo chiede una reazione comune, un’operazione che metta da parte le divisioni di questi anni e che abbia il respiro per tornare a vincere. Un sentimento che condivido. Che fa parte della migliore tradizione della sinistra politica. L’Unità del lavoro innanzitutto. Ogni volta che le forze sindacali sono state divise il mondo del lavoro ha fatto passi indietro rilevanti, con una riduzione drammatica dei diritti e del potere di acquisto. L’Unità del paese. Oggi profondamente a rischio per la scelta di procedere con un regionalismo differenziato che rappresenta l’anticamera della secessione dei ricchi. Voluto dai governatori della Lega Nord, ma assecondato anche da alcuni del Pd, evidentemente convinti di lottare contro l’avversario sullo stesso terreno culturale.  L’Unità delle forze che credono nella Costituzione repubblicana. Troppe volte in questi decenni usata come piattaforma di lancio di seconde, terze e quarte repubbliche, di esperimenti plebiscitari o di referendum usati come una clava dagli esecutivi. Quando questo è accaduto è arrivata la destra peggiore che ha usato le stesse parole d’ordine per agevolare strette autoritarie.
Unità delle forze progressiste non significa automaticamente lista unitaria. Ne abbiamo fatte tante in questi decenni, in Europa, in Italia, nei territori. Non sempre la somma ha fatto il totale, come direbbe Totò. E non sempre un afflato unitario significa un’immediata traduzione elettorale vincente e convincente. Io penso che di fronte alla destra montante, eversiva e nazionalista si debbano trovare le ragioni di un rinnovato dialogo. Liberali, socialisti, cattolici democratici, ambientalisti, comunisti debbono stare dalla stessa parte della barricata per difendere la democrazia formale. E questi qui che oggi ci governano della democrazia formale non sanno che farsene. Sono portatori di un pensiero che salta totalmente la mediazione dei corpi intermedi, che considera i sindacati e i partiti un fastidio novecentesco, che alimenta paure e chiusure ancestrali.
Ma i percorsi unitari possono avere anche traiettorie plurali. Perché se non poggiano su un’analisi critica della fase, e dunque della sconfitta, non hanno fiato. Se immaginano di dividere il mondo tra buoni e cattivi, tra produttori e parassiti, tra illuminati e barbari, tra apocalittici e integrati non vanno lontano. Le ragioni della vittoria della destra e dei Cinque Stelle sono ancora tutte lì, sono figlie di una crisi profonda dell’europeismo, di uno slittamento di sovranità democratica che ha cancellato il peso del voto dei cittadini. Cosa sono diventate le nostre democrazia a sovranità limitata nella stagione del vincolo esterno? Come le ricomponiamo, come restituiamo strumenti alla politica per decidere e contare, per essere autonoma e non ancillare rispetto al mercato? Quanto hanno contato le riforme che hanno ristrutturato il mercato del lavoro facendo pesare la bilancia sul piatto delle imprese? Quanto ha spostato un’idea centralistica del rapporto con le comunità locali, a partire da vicende delicatissime come la gestione delle grandi opere?
Ecco, non si può avanzare una proposta senza rispondere a queste domande. E la proposta avanzata da Calenda elude completamente questi nodi. D’altra parte, persino la trasversalità dei firmatari dell’appello “siamo europei” rischia di non aiutare lo scioglimento di queste questioni.
Il 4 marzo è stato oggettivamente uno spartiacque, ma non se ne esce con una Scelta civica un po’ più grande, con l’establishment che si riorganizza. Con un fronte europeista neutrale sui conflitti sociali e ambientali, sulla necessità di rilanciare il protagonismo del lavoro, su una idea di rifondazione dell’Europa che parta da una revisione in senso keynesiano dei trattati.
Anche perché mi parrebbe singolare che a guidare una svolta in questa direzione siano persino i protagonisti della destra di Confindustria che hanno spinto più di altri allo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori e che firmano appelli contro il populismo. Il populismo arriva quando si spoliticizzano le ragioni dello sfondamento culturale della destra, quando si smarrisce qualsiasi critica al sistema di accumulazione della ricchezza ovvero al capitalismo così come è, quando finisce qualsiasi idea di politiche pubbliche redistributive.
Calenda coglie un punto: i soggetti così come sono strutturati oggi non sono sufficienti a rappresentare una richiesta di alternativa. È vero. Ma se non è sufficiente il Pd che si è attorcigliato attorno alla crisi della terza via – di un compromesso tra socialismo e liberismo che non regge più – come può esserlo una lista che dice meno di Juncker sull’austerità espansiva che ha dominato l’eurozona in questi anni?
Massimo rispetto per chi vede nel fronte repubblicano una soluzione, ma la sinistra se vuole recuperare unità ha bisogno di rotture. E dire da che parte si colloca della società, chi vuole rappresentare, quali interessi sociali intende difendere. Hic Rhodus, hic salta.
Arturo Scotto

Nato a Torre del Greco il 15 maggio 1978, militante e dirigente della Sinistra giovanile e dei Ds dal 1992, non aderisce al Pd e partecipa alla costruzione di Sinistra democratica; eletto la prima volta alla Camera a 27 anni nel 2006 con l'Ulivo, ex capogruppo di Sel alla Camera, cofondatore di Articolo 1. Laureato in Scienze politiche, ha tre figli.