Le ragioni del nostro sì al taglio dei parlamentari spiegate ai critici (tardivi)

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In queste ore tanti mi hanno scritto chiedendomi perché i nostri in Parlamento hanno votato a favore del taglio dei parlamentari.
Molti iscritti ad Articolo Uno e militanti della sinistra stanno esprimendo il loro dissenso con il voto in quarta lettura dato dal gruppo di Liberi e Uguali.
Guardo con grande attenzione e rispetto a queste argomentazioni scettiche se non addirittura contrarie: mi stupisco tuttavia di chi si stupisce.
Il taglio dei parlamentari non era indubbiamente una priorità per il paese.
Non lo è secondo la cultura democratica e costituzionale della sinistra.
E non lo sarà mai.
Ma – mi domando – qualcuno lo ha letto l’accordo di Governo stipulato da Leu, Pd e Cinque Stelle?
Esattamente quel Governo di svolta che tanti a sinistra volevano pur di evitare il Salvini dei pieni poteri?
Il taglio dei parlamentari c’era, eccome.
Era scritto nero su bianco.
Senza quel via libera nel programma non sarebbe mai partito il Conte 2.
Ed oggi staremmo nel pieno di una campagna elettorale drammatica.
O forse con Salvini già in procinto di giurare al Quirinale con il primo Governo di estrema destra della storia dal Ventennio in poi.
Mi piace questa scelta? No.
Ma non era sindacabile.
Prendere o lasciare.
Se avessimo lasciato, lo scenario era già scritto.
E la strada non sarebbe stata il taglio di 345 parlamentari, ma il presidenzialismo.
Mi pare giusto sottolinearlo, pur dicendo che non mi avranno mai sul terreno della retorica del taglio poltrone.
Le sceneggiate di queste ore di Di Maio e soci non soltanto non mi convincono, mi fanno letteralmente schifo.
I deputati non sono un oggetto di arredamento, ma rappresentanti del popolo.
E questo troppe volte – anche da chi oggi critica legittimamente questa riforma – è stato dimenticato.
Anche a sinistra ha fatto breccia la polemica raccapricciante sulla casta.
O il pregiudizio ignobile sulla cosiddetta partitocrazia.
E i grandi house organ della borghesia liberale e progressista del paese ci hanno costruito campagne memorabili.
Per un pugno di copie in più hanno contribuito a far slittare il paese sempre più a destra.
Adesso chiedono gesti di eroismo alla politica dopo aver lavorato per anni a indebolirla.
Polemiche ipocrite perché figlie di errori incalcolabili.
Non ho mai mangiato alla tavola di chi giocava con l’indebolimento degli istituti della democrazia.
Dai vitalizi al finanziamento pubblico ai partiti, dall’immunità parlamentare ai costi della politica, abolizione delle provincie comprese.
Diversivi costruiti ad arte pur di evitare di affrontare il cuore del problema italiano che si chiama diseguaglianza sociale, lavoro che manca, innovazione tecnologica.
Servivano colpevoli da dare in pasto al popolo arrabbiato mentre continuavano nel silenzio più strisciante processi di esternalizzazione strisciante del nostro apparato statale e produttivo e di smantellamento del welfare.
I nostri editori – quasi mai puri – la mattina sparavano sulla classe dirigente incapace se non corrotta – da arrestare piuttosto che da rottamare – e la sera ci andavano a cena perché nel menù si discuteva del destino delle partecipazioni statali.
Quando Gramsci parlava di sovversivismo delle classi dirigenti si riferiva esattamente a questo.
Il grillismo, il leghismo, il populismo sono nati così, da questo desiderio insopprimibile di chi ha sempre contato e dato le carte di togliersi dalle scatole una politica che provava a regolare il mercato e a dirigere l’economia.
Per questo capisco l’arrabbiatura di queste ore ma non ne capisco il senso: come si concilia il tifo agostano per questa alleanza tra centrosinistra e cinque stelle con la critica legittima sul voto al Dl Fraccaro?
Che i Cinque stelle siamo questa brutta bestia lo scopriamo solo oggi?
Sono nati per rovesciare il tavolo.
Per mettere in discussione la democrazia rappresentativa.
Il loro leit motiv è sempre stato: nessuna alleanza, nessuna mescolanza, governiamo da soli.
Il loro cavallo di Troia si qualificava con un semplice Vaffanculo.
Che invece era un vasto, vastissimo programma che sbagliammo a sottovalutare.
Oggi governano insieme ai nemici di ieri, sono costretti a confrontarsi con la complessità delle regole, sono diventati – piaccia o no – un’articolazione del sistema.
Sono come noi? No.
Ma non erano come noi nemmeno i democristiani nel 47 quando minacciarono di far saltare la Costituzione se non fosse passato l’Articolo 7 della Costituzione sui Patti Lateranensi.
Lì Togliatti dovette scegliere tra il salto nel buio in una nuova guerra civile e la tenuta del patto costituente.
Scelse la seconda strada.
Senza esitazioni, pur sapendo che un pezzo di popolo comunista non avrebbe capito.
Ovviamente non voglio passare per blasfemo: Speranza non è Togliatti, Zingaretti non è Nenni e Di Maio non è naturalmente De Gasperi.
Ma il tornante di ieri – pur essendo parte della piccola storia in cui siamo finiti impigliati – non è affatto minore rispetto a quello che conobbero i nostri antenati.
Un tormento che avrebbe potuto condurci a un passo dal baratro.
Penso che la partita non sia tuttavia finita.
C’è un accordo di maggioranza che punta ad attutire gli effetti di questa riforma.
Sulla composizione ed elezione del Senato come sui contrappesi e sulle garanzie costituzionali.
Vedremo.
Il mio giudizio come quello di tanti sarà completo quando leggerò il testo della legge elettorale.
Che auspico privilegi il principio della rappresentanza proporzionale e non la suggestione maggioritaria del capo.
E mi batterò per questo.
Questo “presepe” che hanno montato i Cinque Stelle indubbiamente è incompleto, non mi piace, per dirla con Eduardo.
Eppure sono solidale con i miei compagni del Gruppo di LeU che hanno dovuto schiacciare quel bottone e votare si.
Non è stato facile, come è evidente.
Ci è voluto grande coraggio.
Ma so che hanno votato a favore con l’obiettivo di non disperdere le battaglie a difesa della Costituzione di questi anni e di incidere nel nuovo quadro di rapporti di forza per evitare che venga data una spallata definitiva alla democrazia rappresentativa.
E so che lo continueranno a fare con determinazione.
E questo per il momento mi basta.

Arturo Scotto

Nato a Torre del Greco il 15 maggio 1978, militante e dirigente della Sinistra giovanile e dei Ds dal 1992, non aderisce al Pd e partecipa alla costruzione di Sinistra democratica; eletto la prima volta alla Camera a 27 anni nel 2006 con l'Ulivo, ex capogruppo di Sel alla Camera, cofondatore di Articolo 1. Laureato in Scienze politiche, ha tre figli.