Il ministro dell’illegalità gioca al ricatto, ma dovrà mollare quegli ostaggi

| politica

Scusatemi, ma non me la sento di tacere. Sarà potente, popolare, amatissimo. Avrà più followers della Regina Elisabetta. Applaudito dal popolo e schifato dalle cosiddette élites intellettuali. Non lo so, ma di fronte a tanta prepotenza bisogna anche saper coltivare lo spazio della testimonianza. Che magari è piccolo, ma può tornare utile quando la marea si abbasserà.

Ministro della malavita, della paura, della propaganda. Le definizioni si sono sprecate. Forse quella più calzante oggi riguarda l’illegalità. Ministro dell’illegalità. D’altra parte nemmeno Scelba o Tambroni avevano giocato così tanto con le leggi italiane. Gli strali antieuropei non c’entrano nulla, sembrano la trasposizione moderna della “perfida Albione”. Un esercizio di comicità provinciale, un passatempo per cultori della materia, delegata alla responsabilità limitata di quello che oggi sembra poco più di un capo di gabinetto ovvero l’attuale Presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo suo malgrado.

Intanto i fatti, spietati, oggettivi, inequivocabili. Una nave della guardia costiera italiana, la Diciotti, attracca a Catania ma resta bloccata, trattenuta da un’impuntatura del Viminale dopo l’autorizzazione del Ministro delle Infrastrutture e ormai trattata come un’organizzazione di scafisti. E invece si tratta di un’articolazione dello Stato, decisamente strategica per un paese che per tre quarti del suo territorio è bagnato dal mare. E la gentile concessione di far sbarcare i minori non accompagnati nella notte appare semplicemente un “Time out” all’interno di un cinico match che vede Salvini contro il resto del Mondo. Contro i cosiddetti eurocrati, contro le massime cariche dello stato, contro la magistratura, contro 177 malcapitati all’interno di una contesa elettorale permanente.

Ma le leggi parlano chiaro. Non esiste alcuna ricollocazione dei migranti prima che essi non vengano identificati da chi ha il dovere preciso di farlo. Ovvero il Ministro degli Interni del paese dove i migranti sbarcano per primi. Se restano sequestrati su una nave per una settimana o di più non possono chiedere asilo e protezione e dunque alla lunga sono soltanto degli ostaggi. Detenuti in condizioni igienico sanitarie sempre più precarie come già la Magistratura ha potuto verificare.

E qui lo Stato italiano sta commettendo un crimine che crea un precedente pericoloso e inquietante: non applicare le leggi che egli stesso si è dato. Compreso agitare l’arma spuntata di un rinvio dei migranti in Libia. Ma di cosa parliamo? C’è una “cosetta” che si chiama Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato. L’Italia l’ha sottoscritta, la Libia no. Per questo i rifugiati non possono tornare lì, perché i loro più elementari diritti non sarebbero rispettati e garantiti.

Salvini, dunque, sa benissimo che non potrà tirare la corda oltre un certo limite. Dovrà autorizzare lo sbarco di 150 persone e rispettare la volontà di un corpo militare (a proposito: che fine ha fatto la ministra della difesa da cui dipende la Guardia Costiera?). Ma lo farà dopo aver saggiato un ulteriore stress test che mette sotto pressione l’opinione pubblica, la lacera, la divide tra opposte tifoserie. Salvini mollerà gli ostaggi soltanto dopo che avrà rafforzato ulteriormente il suo potere di ricatto all’interno dell’esecutivo, nella eterna e duratura gara tra lui e Di Maio a chi la spara più grossa. Un classico esempio di sadismo istituzionale.

Nel frattempo, sotto le macerie finisce lo stato di diritto. Beccaria, Bobbio, Calamandrei. Perché la vittima di questa ennesima esibizione muscolare sono la storia, la cultura, l’anima di un paese che vengono quotidianamente sottoposti a un referendum pro o contro Salvini. Quando il Ministro dell’illegalità avrà dovuto prendere atto della legge, magari scaricando responsabilità a destra e a manca per non ammettere la propria improvvisazione e la propria impotenza, allora la tragedia si sarà definitivamente trasformata in farsa. E a noi non resterà altro che accoglierlo con una pernacchia perché ad applaudire un buffone non resterà più nessuno.

Arturo Scotto

Nato a Torre del Greco il 15 maggio 1978, militante e dirigente della Sinistra giovanile e dei Ds dal 1992, non aderisce al Pd e partecipa alla costruzione di Sinistra democratica; eletto la prima volta alla Camera a 27 anni nel 2006 con l'Ulivo, ex capogruppo di Sel alla Camera, cofondatore di Articolo 1. Laureato in Scienze politiche, ha tre figli.