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“Pane e grazia”: per un lavoro a immagine dell’uomo

| Lavoro

La contemporaneità: nello stesso momento in cui si ergono nuovi muri, le frontiere di senso di tradizionali categorie di pensiero sembrano dissolversi. Sinistra e destra hanno perso la loro capacità di definizione politica. La “classe media” sembra ridotta a un fantasma del passato. La sovranità, come capacità dei governi di controllare ciò che avviene dentro il territorio dello stato, è tanto ridotta dalla mobilità di capitali e dal potere dei grandi gruppi internazionali da far dubitare di cosa rimanga di questa nozione un tempo considerata quasi una certezza indubitabile. In questo panorama di senso dalla consistenza fluida (quasi gassosa), cosa resta del lavoro?
La nostra Costituzione definisce la Repubblica come “fondata sul lavoro”. Una lettura frettolosa potrebbe suggerire si tratti di una formula di stile, al più un modo per condannare il privilegio. Il lavoro, da questa prospettiva, diventerebbe un sinonimo di merito e così la Repubblica sarebbe solo una meritocrazia a legittimazione popolare. Io vorrei invece proporre una visione radicalmente alternativa.
Cominciamo analizzando la realtà. La centralità del lavoro nella comprensione delle grandi sfide che il presente ci pone è chiara se ricordiamo alcuni elementi. Nel mondo ci sono oltre 27 milioni di esseri umani che vivono in schiavitù. Benché questo numero sia, in proporzione alla popolazione mondiale, inferiore a ogni altra epoca storica, è bene non dimenticare che questo dato significa che gli schivi di oggi sono numericamente superiori alla somma di tutti quelli mai vissuti sulla terra. Negli Stati Uniti, nel solo periodo 2007-2008, si è registrato un aumento del 34% nei suicidi motivati da ragioni lavorative. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro ha calcolato che 2.3 milioni di persone muoiono ogni anno a causa delle condizioni di lavoro.
La famosa frase attribuita a Stalin (“La morte di un uomo è una tragedia; la morte di milioni di uomini è una statistica”) deve farci riflettere su di una situazione che non può essere banalizzata a un numero e che chiama in causa il mondo che speriamo di lasciare in eredità alle future generazioni. Il problema della fluidità di senso diventa chiaro se ci chiediamo quale differenza ci sia fra la schiavitù volontaria (quella di chi volontariamente diventa schiavo di un padrone non fisicamente violento e in qualche misura benevolo) e il lavoro. E’ significativo che, nella terra di non-senso che sta tra il lavoro e la schiavitù, ci sia un pullulare nuove categorie di senso. Nel 2003, per fare un esempio, la Commissione Europea ha adottato un nuovo indicatore per la “in work poverty risk”, che potremmo tradurre in termini di “rischio di indigenza del lavoratore”.
Parlare d’indigenza del lavoratore è un controsenso rispetto alla visione del lavoro che la Costituzione individua come il fondamento del senso dello stare insieme degli italiani; equivarrebbe a dire che siamo fondati sull’indigenza laboriosa. Definire cosa non è lavoro è però ben diverso dal cercare di affermare una visione di senso su cosa debba essere il lavoro. Senza di questa, rischiamo di abboccare alle promesse politiche di chi ci dice di voler ridare dignità al lavoro, senza però dirci che cosa intenda per lavoro (magari indigente).
Il problema di affermare che cosa si intenda per “Lavoro” è legato al fatto che ogni risposta che uno possa offrire richiede di essere inserita in una visione “politica, culturale e antropologica” (per richiamare la bella e profonda lettera aperta dei Giovani di Articolo UNO. Se, ad esempio, pensiamo che lo stato debba tutelare la libertà, e intendiamo la libertà in termini assoluti, allora dobbiamo permettere (come sostenuto dal filosofo americano Robert Nozick) che adulti consenzienti possano contrattare la concessione (non coercitiva) in schiavitù dell’uno verso l’altro. Questa visione di lavoro è, di fatto, quella imperante.
Proprio di questi giorni è la pubblicazione del racconto di un giovane assistente di volo che, raccontando del proprio colloquio presso una nota compagnia aerea, evidenzia come la paga mensile offertagli equivale, tolte le spese di alloggio e trasporto, a “poco più di un pacchetto di sigarette al giorno”. Potremmo allora barricarci dietro l’inalienabilità dei diritti umani (non a caso contestata da Nozick come una violazione della libertà), magari cercando di definire un minimo ragionevole di salario equivalente al costo medio dei prodotti e servizi ritenuti necessari per condurre una vita minimamente felice (o accettabilmente non troppo infelice). Questo “minimo tollerabile” corrisponde a quanto studiosi come Arnd Pollmann sostengono debba considerarsi la dignità dell’uomo. Secondo questo gruppo di pensatori, avendo noi perso la fiducia che l’uomo possa avere accesso a una verità che sia più oggettiva di una opinione largamente condivisa, la dignità umana altro non è che la somma di quelle condizioni di vita minimamente decorose che una certa popolazione aspira a realizzare nel futuro. La dignità dell’uomo non sarebbe quindi un attributo metafisico, legato alla natura-all’essenza stessa della persona, bensì il frutto di un accordo su quanto debba considerarsi come il minimo a cui ognuno debba poter ragionevolmente aspirare. Questo gioco al ribasso, che si fonda sullo sradicamento antropologico dell’uomo da ogni paradigma di senso che lo superi e lo preceda, è molto pericoloso. Ciò soprattutto se si considera come l’avanzamento tecnologico ha portato milioni di persone a essere economicamente superflue rispetto alle pure dinamiche della produzione (la classe media è evaporata proprio perché le macchine svolgono oggi la maggior parte del lavoro che fino a pochi decenni fa era fatto da eserciti di casellanti, stenografi, disegnatori tecnici, tipografi, tornitori).
Se però ci accontentiamo, come individui e poi come cittadini, di vedere il lavoro come ciò che ci fornisce i mezzi per la minima sussistenza, perdiamo di vista il lavoro come aspirazione grande, liberante, come fondamento del senso personale e collettivo della nostra Repubblica. Intendere il lavoro come la mano che ci passa il rancio dalle sbarre della prigione in cui il materialismo ci ha rinchiusi è un fallimento certo perché, come ricordato nella drammatica lettera lasciata da Michele (un giovane precario friulano suicidatosi lo scorso febbraio), nessuno “è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione”. Arriveremmo (o resteremmo) al punto in cui siamo: una guerra fra poveri, dove perfino i call center delocalizzano all’estero e dove gran parte dei prodotti di consumo che acquistiamo sono intrisi delle lacrime e del sangue di milioni di nostri compagni di umanità. La lettera di Michele è un monito per tutti noi: viviamo in un mondo “privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive” dove nessun reddito minimo imposto per legge può rispondere alla domanda sul perché si debba “passare la vita a combattere solo per sopravvivere”. Se però “sopravvivere” non può essere il senso di quella “esistenza libera e dignitosa” (“per sé e per la propria famiglia”) che la nostra Costituzione riconosce come diritto di ciascun lavoratore (articolo 36), il problema è cosa debba intendersi per dignitosa. Se non è un minimo di sopportazione, cos’è la dignità dell’uomo? Moni Ovadia ci ricorda, sul punto, come: “Secondo la narrazione monoteista (…) l’uomo diventa intangibile perché è portatore di assoluto; ontologicamente. Non è portatore di assoluto perché ha fatto qualcosa. Non è titolare di assoluto perché è buono, o cattivo, o bello, o brutto. Tu sei un essere umano e nasci già con la dignità, perché partecipi dell’immagine dell’assoluto, per antonomasia Dio. Ma la cosa ancora più geniale del monoteismo è che Dio stesso (non sono un credente. Io sono un agnostico. Non pensate che io vi dica queste cose per indurvi alla religione) riconosce la dignità all’uomo, e non può togliergliela. Riconoscere la dignità inviolabile dell’uomo fonda una civiltà, ed è una questione strategica. Faccio una discesa di colpo sulla questione del lavoro. Cominciamo a dire che è stata distrutta l’idea che il lavoro sia un diritto; sembra un’elemosina concessa dall’alto. Attenzione alle parole: io non sono “risorsa umana”. Io sono essere umano, cittadino, lavoratore.
Per rispondere a cosa sia il lavoro bisogna quindi partire – come ricordato dai Giovani di Articolo UNO – da una visione antropologica, dalla domanda fondamentale su cosa pensiamo che sia l’ontologia, l’essenza, il cuore della dignità dell’uomo. Sul punto è chiarificatore il discorso, del 2014, di Papa Francesco al Parlamento Europeo, in cui haincoraggiato l’Europa a “tornare alla ferma convinzione dei Padri fondatori dell’Unione europea, i quali desideravano un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme per superare le divisioni e per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente. Al centro di questo ambizioso progetto politico vi era la fiducia nell’uomo, non tanto in quanto cittadino, né in quanto soggetto economico, ma nell’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente. “Si constata con rammarico – continuava Francesco – un prevalere delle questioni tecniche ed economiche al centro del dibattito politico, a scapito di un autentico orientamento antropologico (…). Dare speranza all’Europa non significa solo riconoscere la centralità della persona umana, ma implica anche favorirne le doti. Si tratta perciò di investire su di essa e sugli ambiti in cui i suoi talenti si formano e portano frutto. Il primo ambito è sicuramente quello dell’educazione (…). Il secondo ambito in cui fioriscono i talenti della persona umana è il lavoro”.
In questo senso devono intendersi le parole del Papa, che a Genova ha sostenuto: “Non reddito per tutti, ma lavoro per tutti”. Non ci vuole tutti in miniera, ma neanche soddisfatti a sopravvivere con le braccia conserte. La dignità del lavoro sta dunque nell’essere strumento di quella fioritura delle capacità e delle attitudini che, presenti in modo unico in ciascun essere umano, rappresenta ciò che de Chardin chiamava il “dovere di umanizzarsi”. In questo senso tutti gli studiosi della nostra Costituzione hanno messo in evidenza come in essa il lavoro “è inteso non tanto (o solo) quale strumento per il conseguimento dei mezzi di sussistenza, bensì quale tramite necessario per l’affermazione della personalità di ciascuno”. La nostra Costituzione fonda quindi la Repubblica sul lavoro, e il lavoro sulla dignità assoluta (insopprimibile e indipendente dalle mode o dalle opinioni) della persona, dell’essere umano. Sul punto Valerio Onida precisa che “il fondamento “lavorista” della Costituzione non significa affatto che il lavoro sia considerato in essa come il valore supremo: tale, semmai, è la persona umana“. La visione che qui cerco di ri-proporre, coi miei pochi talenti, potrebbe però essere criticata come irrealizzabile. In fondo – si potrebbe obiettare – non tutti i lavori si prestano a essere uno strumento di pieno sviluppo della persona. L’addetto alle presse, o la verniciatrice in catena di montaggio, come possono aspirare a sviluppare i propri talenti attraverso il lavoro allo stesso modo di un pittore o di una scrittrice? La realtà ci confronta infatti con mestieri che non si prestano a questa visione del lavoro; né si può credere alla morale della celebre battuta di Vittorio Gasmann: “Facchini e poeti si nasce”. Come uscirne allora? La risposta (come peraltro il modello da cui partire per realizzare un’Italia fondata sul Lavoro a immagine dell’Uomo) ce la offre Adriano Olivetti. Durante la sua presidenza, la fabbrica Olivetti non forniva solo servizi sociali e medici gratuiti, asili nido all’avanguardia, colonie, congedo di maternità con piena retribuzione per un anno intero eccetera. La fabbrica aveva messo a disposizione degli operai una biblioteca con migliaia di volumi e riviste. In pausa pranzo si offrivano concerti, dibattiti di livello universitario, cineforum. Chiunque volesse iscriversi all’università o a corsi di perfezionamento poteva farlo, mantenendo la retribuzione e indipendentemente dalla facoltà scelta. Perché tutto questo? Olivetti sosteneva fosse parte della retribuzione. Se per retribuzione intendiamo il minimo salariale, o quando viene comunemente offerto dalla concorrenza, questa affermazione non ha senso. Se però leggiamo i libri che Olivetti pubblicava (e in particolare i contributi di Simone Weil e Harold Laski) capiamo facilmente il motivo. Il lavoro, per essere tale, deve essere strumento di sviluppo della personalità e, quando prestato alle dipendenze di qualcuno, deve essere retribuito in modo tale da consentire una vita dignitosa. Se però la mansione alla quale si è addetti contraddice la finalità del lavoro (ad esempio perché si è alienati nel rapporto con la macchina che – come diceva Olivetti – induce a un automatismo dell’azione che riduce la libertà di pensare nel mentre che si agisce) e comporta un effetto contrario allo sviluppo, questo deve essere risarcito con attività che rimettano la persona nella condizione in cui si sarebbe trovata se le caratteristiche della mansione lavorativa non avessero avuto questa componente estrattiva (di alienazione).
Laski, sul punto, sottolinea che garantire che il lavoro sia tale, ovvero che permetta e contribuisca allo sviluppo della personalità, ha una fondamentale valenza democratica. “Siamo sempre più consapevoli – scrive Laski – che tanto meno la mansione lavorativa richiede un’iniziativa personale, quanto meno è verosimile che il lavoratore desidererà dall’utilizzare il proprio tempo libero in modo creativo. Egli diventa dipendente dalla routine della ripetizione monotona nelle ore di lavoro; e lo sforzo di riflessione, nelle ore libere, diventa costantemente più difficile salvo che il lavoratore non sia dotato di un’eccezionale forza di carattere o di intelligenza. Il costo di ciò sull’educazione è chiaro. Questo può facilmente produrre lavoratori che, a meno che non si prendano precauzioni adeguate, non possono in alcuna seria misura diventare cittadini responsabili in una società democratica”. In questo senso la democrazia si fonda sul lavoro a patto e nei limiti in cui questo sia vero strumento di sviluppo integrale dell’uomo, ovvero di fioritura dei talenti che ci rendono unici e irripetibili, capaci di grandi scoperte, di comprensione e valutazione della realtà, di interazione e mutuo arricchimento con il nostro prossimo. Così inteso, capiamo che il lavoro autenticamente umano è quello a cui si riferiva Giorgio La Pira (peraltro citato dal nuovo Presidente della CEI, Mons. Bassetti, nella sua prima conferenza stampa) quando diceva che l’uomo ha bisogno di “pane e grazia”.
Siamo persone umane, la nostra dignità non deriva dallo Stato o dalla gentile concessione di qualcuno: è una grazia originale che nessuno può toglierci. Una tale visione potrà non essere realizzabile in pochi anni, dovremo spenderci a livello nazionale ed internazionale per promuovere questo progetto di lavoro autenticamente umano. Ma solo questa visione può darci un senso, un motivo per vivere; senza un’aspirazione fondamentale che tenda all’illimitato (e solo ciò che non ha limiti è adeguato alla vocazione dell’uomo) perderemo non solo il senso del lavoro, ma il senso del vivere. Siamo portatori di assoluto in termini non necessariamente religiosi. Bisogna riprendere consapevolezza di questa visione antropologica, e su di essa fondare una visione (ed una strategia concreta) di Repubblica che si fondi su di un lavoro adeguato alla nostra natura, un Lavoro a immagine della Persona.

Gabriele D'amico

Torinese, avvocato, appassionato di diritto ed economia della cultura, dottorando fra Berlino e Gerusalemme in diritti umani e diversità culturale. Consapevolmente olivettiano, credo nella capacità umana di superare la gregarietà del sistema limbico e ragionevolmente spero in un futuro di sviluppo umano integrale.