Il congresso di LeU, senza paura. Lo dobbiamo a noi stessi e alla nostra gente

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Ho letto con attenzione il documento di Sinistra italiana.
Ne condivido ovviamente le proposte sulla Legge di Bilancio. Sono le stesse che ci hanno visti impegnati insieme in campagna elettorale. Maggiore progressività fiscale attraverso un’imposta patrimoniale, investimenti pubblici, lavoro stabile, un’altra idea di accoglienza. Insomma, una domanda di discontinuità con le politiche di questi anni, governi di centrosinistra inclusi.
Se sui contenuti non vedo alcuna differenza tra di noi, sulle scelte politiche purtroppo noto che le distanze si allargano. E non lo considero un fatto positivo. Si alzano paletti insormontabili quando occorrerebbe costruire dei ponti.
Ci eravamo impegnati tutti a far nascere un nuovo partito politico dopo la campagna elettorale.
Una promessa solenne all’elettorato e ai nostri militanti. E questo, da che mondo è mondo, passa attraverso un congresso democratico. Dove anche sfumature diverse trovino cittadinanza e la garanzia di esprimersi in un confronto collettivo.
Invece no, se qualcuno dice ricostruiamo l’alternativa a questo governo che slitta sempre più a destra, automaticamente vuole riproporre un centrosinistra vecchio e stantio. O addirittura vuole rientrare nel Pd.
Se qualcuno dice stiamo dentro la ricerca di una sinistra popolare che vada oltre le famiglie tradizionali in Europa, vuole chiudersi nel Pse, che viene descritto come la fotocopia sbiadita del Ppe. Chissà perché poi si fa la corsa a citare Corbyn o a elogiare le conquiste dei governi Sanchez e Costa.
Ci siamo già passati. Tutti abbiamo alle spalle storie di divisioni, di lacerazioni, di scissioni.
Spesso tardive, talvolta poco comprensibili, sempre inevitabili.
Ma le abbiamo fatte con la convinzione che gli spazi politici nei quali militavano erano largamente insufficienti, angusti, poco democratici.
Possiamo evitare che la storia della sinistra in questo paese sia come il “giorno della marmotta”? Ovvero la tradizionale coazione a ripetere di cose già viste?
Per me LeU non è un bambolotto di pezza, ma un luogo di lotta politica.
Nasce dalla convergenza di forze politiche diverse, ma è già, nei fatti, un contenitore che le supera, che promuove la mescolanza di culture politiche che fino a qualche anno fa si erano combattute.
Dobbiamo cercare il massimo comune denominatore partendo dalle differenze, non il minimo comune denominatore annacquando le storie di ciascuno.
Dichiararne la morte prematura in nome dell’ennesimo cartello elettorale o dell’appartenenza a un gruppo parlamentare europeo mi pare un errore grave.
Si dice: o Gue o niente. Rispetto questa tesi, ma mi sfugge la natura ultimativa della posizione. Non mi pare che in discussione ci siano i 21 punti dell’adesione all’Internazionale del 1921 che divisero comunisti dai socialisti. Sarei un po’ più laico, persino la sinistra radicale in Europa uscirà diversa dalle elezioni europee e le differenze tra Tsipras e Melenchon oggi sono almeno pari alle differenze tra Sanchez e Timmermans.
Si dice: alternativi al Pd, alla Lega e ai Cinque Stelle. Come se fossero tutti e tre la stessa cosa. Io non sono mai stato iscritto al Pd e non ho nessuna intenzione di entrarci ora che rappresenta una forza minoritaria nel paese. Credo che le sue politiche abbiano aiutato la vittoria dei nazionalisti e dei demagoghi, ma non lo considero tuttavia il nemico principale in questa fase. Lo si vede dal lavoro quotidiano che fanno i nostri parlamentari all’opposizione del governo gialloverde. Spero che il Pd cambi, che evolva, che capisca la lezione. Temo che non accadrà nel breve periodo, ma se il mio obiettivo è far saltare l’asse Lega-M5S in un modo o nell’altro devo farci i conti. Soprattutto perché non sarà il mio approdo politico né oggi né domani.
Si dice: uniamo tutte le forze a sinistra. Ma nel frattempo si consuma nei fatti una separazione con la sinistra che oggi c’è nelle istituzioni democratiche di questo paese e ha persino un gruppo parlamentare costituito. Grande rispetto per Rifondazione e Potere al popolo, sono portatori di posizioni e di ideologie con cui voglio continuare a interloquire. Tuttavia, faccio fatica a immaginare una battaglia elettorale comune con chi la sera delle elezioni del 4 marzo festeggiava l’1 per cento mentre il M5S arrivava sulla soglia del governo e Salvini quintuplicava i voti. Non è un fatto estetico, è un fatto politico. Fa il paio con i popcorn di Renzi: separare il destino di un partito dal destino più complessivo del paese. Non ha mai portato nulla di buono né alla sinistra né ai lavoratori.
Queste fratture tra di noi meritano una discussione vera, unitaria, non in luoghi separati. Meritano un congresso di LeU, democratico e trasparente. Quello che ci chiedono la stragrande maggioranza di coloro che nella campagna elettorale di marzo ci hanno messo l’anima, senza chiedere nulla in cambio.
Un congresso può articolarsi anche su piattaforme diverse, su opzioni distinte per poi trovare una sintesi virtuosa. Non sta scritto da nessuna parte che debba rivelarsi un pasticcio o un compromesso al ribasso. Oppure in una corsa a chi si accaparra il simbolo. Sarebbe una visione maggioritaria del partito che non mi è mai appartenuta e che ho sempre combattuto. La democrazia o è confronto e pluralismo o semplicemente non è.
Lo dobbiamo a noi stessi, che abbiamo diretto faticosamente (e compiendo anche tanti errori) questo processo politico. Abbiamo bisogno tutti di una verifica collettiva, perché tornare nei luoghi di partenza può apparire forse più rassicurante, ma non aiuta a crescere e cambiare. Aiuta solo piccole rendite di posizione.
Lo dobbiamo a chi ha costruito i comitati di LeU e sul territorio porta avanti vertenze, lotte, iniziative. Ci chiedono di andare avanti e ci chiedono di poter contare. Gli abbiamo detto che il simbolo non era più di proprietà dei singoli partiti e di Grasso, ma di coloro che aderiscono a LeU. Non possiamo venire meno a questa promessa.
Lo dobbiamo a chi ci ha dato il voto per rappresentare un’alternativa credibile, non l’ennesimo partitino della costellazione gauchista italiana.
Si convochi un’assemblea nazionale, si stabiliscano le regole, si presentino piattaforme politiche nella cornice dei documenti che sono stati presentati dal Comitato promotore di LeU.
Si discuta senza rete. Non si costruisce nessuna sinistra se si ha paura.
Arturo Scotto

Nato a Torre del Greco il 15 maggio 1978, militante e dirigente della Sinistra giovanile e dei Ds dal 1992, non aderisce al Pd e partecipa alla costruzione di Sinistra democratica; eletto la prima volta alla Camera a 27 anni nel 2006 con l'Ulivo, ex capogruppo di Sel alla Camera, cofondatore di Articolo 1. Laureato in Scienze politiche, ha tre figli.