Generare il far west: dalla violenza digitale a quella fisica

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“Se avessi avuto il coraggio di tirarti sotto e storpiarti a vita quando ti ho vista attraversare, magari non staresti qui a dire ****ate”. 

Sono un fan del commissario Montalbano, il personaggio di Camilleri. In un romanzo il nostro eroe fronteggia la scena di un omicidio. E ci presenta una situazione che ci introduce al tema dell’articolo di oggi. Solo il volto della vittima era stato coperto. Perché? Perché l’omicida sentiva lo sguardo della vittima ancora su di sé. Ecco perché. E’ più facile accettare la violenza come normale, se non si guarda negli occhi chi la subisce.

[…] a te la libertà di parola non è un diritto tuo, a te la libertà di parola te la darei imbavagliandoti e legandoti a un barile.”

Aggirandovi nel “mondo dietro al mondo” che ormai è Internet, avrete notato un fenomeno. La facilità con cui si passa il segno. La sicurezza, il relativo anonimato offerti dallo “scudo” del computer fanno sì che si leggano commenti di una violenza oscena. E’ evidente guardando la sezione “commenti” di qualsiasi giornale. Le notizie, nella pubblicazione e nella lettura, vengono usate come argomentazioni per una o un’altra tesi, invece che come informazioni pure. Al centro non c’è più la notizia, ma l’uso che se ne può fare. Del contenuto in sé non importa.
L’importante, nel pazzo mondo di Internet 2018, sembra quanto la notizia possa essere utile a sostenere le proprie opinioni.

Spero lo rendano l’eroe che pensa di essere a colpi di mitra, così vediamo se c’è tutto sto bisogno di protezione”

Mi sconvolge quanto questo cinismo sia entrato nella quotidianità di chiunque. A casa, in treno, al lavoro, al caffè coi colleghi. Raramente si parla davvero della notizia. E’ pretesto per andare a sostenere ideali, con malizia e strumentalizzazione. Ma quando si parla di scontri tra tesi, scontri tra idee, scatta un meccanismo basilare del comportamento umano. L’antagonismo tra quelle tesi e quelle idee. Il punto focale è che l’antagonismo si gioca non guardandosi in faccia.
E quando si tratta di cronaca, nemmeno affrontandosi direttamente, ma sul campo di battaglia delle notizie. E le vittime di quella battaglia sono spesso i protagonisti di quelle cronache.

E si vede che se lo era meritato ahaaha. Inutile fate i buonisti, il tizio era innocente forse ma adesso quelli che vengono per combinare porcate ci pensano due volte prima no?”.

Colate roventi di odio si riversano addosso a sconosciuti, colpevoli di essere lì in un momento particolare e colpevoli ancor più che venga raccontato. Qualsiasi tema: violenza sugli uomini, donne, migranti, contestazioni violente di politici, episodi di intolleranza. Quello che sembra contare è esprimere la propria visione nella maniera più disumana possibile. Ed è inquietante come i commenti peggiori vengano da… chiunque. Una posata signora con la foto profilo tra i girasoli. La banalità del male.

Ma che restino lì [al Sud, NdA] invece che venire a fare gli accattoni pezzenti colerosi che sono sempre stati e sempre saranno”.

Finché tutto questo rimane su Internet e non messo in pratica, osserverete, è brutto ma non è un problema. Ci sono in realtà studi psicologici sulla ricaduta del cyberbullismo sulle sue vittime. Ma a parte questo: qualche anno fa, a Napoli, ero a un poligono di tiro, una delle prime lezioni di tiro sportivo. L’istruttore sgridava con fervore un ragazzo. Riporto il dialogo in napoletano mal scritto. Italiano a fianco.

Ist:“Ea semp’ controllà che ‘a pistola è scarica, ea guardà int’a cammara, ******” (Devi sempre controllare che la pistola sia scarica, devi guardare nella camera di scoppio laterale).
Rag:”Prufessò, ma ‘o ssapevo era scarica, aggio sparato e nun ce sta ‘o caricatore” (Professore, ma lo sapevo che era scarica, ho sparato tutti i colpi e non c’è il caricatore).
Ist: “E sì na bott s’a ‘ncatastat’ int’a cammara? A prossima vota ca’ nu ****** comm’a te tira ‘o grillett pe s’addivertì, accire a coccoruno pecché tu nnè cuntrullat. ‘A brutta abbitudine addiventa brutta pratica”. (E se si è incastrato un proiettile nella camera? La prossima volta che uno ******* come te tira il grilletto per divertirsi ammazza qualcuno perché tu non hai controllato. La brutta abitudine diventa brutta pratica).

Una cosa fatta e ripetuta diventa un’abitudine. E l’abitudine si traduce in pratica. Vediamo un risorgere di una violenza inaspettata, verbale e fisica. Anche il premier Conte ha da poco dichiarato di non volere che l’Italia diventi “un Far West”. Fa pensare che il governo sia costretto a parlare in prima persona della violenza nelle strade. Non tutto nasce in rete. Ma il messaggio si diffonde. E colpire con violenza chi non si guarda negli occhi è un primo passo.

Maledetta ***** *******, arriva il giorno in cui ti vengo a cercare, aspetta che arrivo, hai rotto, capito?”.

Termino con la domanda: tutto questo è qualcosa di creato da Internet? O Internet fa emergere qualcosa che giace addormentato in quasi tutti noi? Soprattutto: se un linguaggio violento penetra a fondo in una società, può trasformarla in una società violenta? Ho la mia opinione.

a furia di dire tutte queste ******ate da radicalchic mi state facendo salire la voglia di scendere per strada con la pala e lasciarvi lì mezzi stecchiti a terra, lo devo fare?”.

 

[NdA: tutte le frasi in corsivo virgolettate sono commenti raccolti durante la mia attività sui social, da persone qualsiasi, nel corso degli ultimi due anni. Non ho toccato nemmeno gli errori grammaticali]

Gabriele Grosso

Lavoratore millennial, classe 1990. Project Manager e Operations Specialist per Talent Garden. Metà vita a Milano, metà a Napoli, e una spolverata di Veneto. Sempre amato capire come le cose funzionano, dagli atomi alla politica. Fanatico dell’azione, convinto che una sola parola, al posto e nel momento giusto, possa cambiare tutto.