Economia digitale: un’opportunità, non un destino da ritardatari

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La nuova ondata di innovazione digitale nei processi operativi (manifatturieri e logistici) sta portando velocemente alla Quarta Rivoluzione industriale, dopo la prima legata alla macchina a vapore (fine 1700), la seconda alla produzione di massa (inizi del 1900) e la terza dall’avvento dei primi computer nelle fabbriche (1960-1970), scrivono i ricercatori. Uno degli ambiti di maggiore impatto del digitale è senz’altro il manifatturiero, tanto che si parla di Industria 4.0 (Smart Manufacturing). Importanti benefici sono pertanto attesi per il sistema produttivo Italiano, caratterizzato da un settore manufatturiero che è secondo in Europa solo alla Germania, per volume e valore.

Disegnare un perimetro che definisca che cosa sia, o significhi, Economia Digitale è impresa complessa: digitale è una definizione che, ormai, si è estesa fino a comprendere i campi più differenti.

Non esiste settore – da quelli tradizionali come la meccanica, alla medicina al farmaceutico, all’editoria – che non sia costretto a ripensarsi dai fondamentali; qualcuno è ancora in mezzo al guado, altri hanno del tutto mutato la loro fisionomia. I progressi nella robotica, nell’intelligenza artificiale e nelle macchine stanno promuovendo una nuova era industriale: le macchine raggiungono o superano le prestazioni umane in una gamma di attività lavorative, incluse quelle che richiedono capacità cognitive.

All’inizio del 2017, la McKinsey Global Institute & Company ha sviluppato una ricerca sul futuro dell’attività lavorativa analizzando le potenzialità dell’automazione, della economia globale, i fattori che determineranno i tempi e i metodi nei luoghi di lavoro, l’impatto economico-sociale che ne deriverà.

L’automazione delle attività può consentire alle aziende di

  • aumentare le proprie prestazioni, riducendo gli errori e migliorando qualità e ritmo di produzione;
  • raggiungere risultati che vanno ben oltre le capacità dell’essere umano;
  • spingere la crescita economica determinando un maggior tenore di vita;
  • contribuire a compensare la diminuzione di popolazione attiva, come avviene in molti paesi.

L’analisi condotta fornisce una crescita della produttività stimata a livello mondiale di 0,8÷1,4% ogni anno.

La distribuzione attesa per quanto riguarda il valore delle attività legate alla digitalizzazione ed alla automazione è di circa 16$ trilioni, la distribuzione attesa relativa al volume della forza lavoro coinvolta è di circa (circa 1,1 miliardi). Inoltre, i risultati di una indagine condotta su un campione costituito da 2.000 attività lavorative che hanno portato all’identificazione di 820 ruoli occupazionali, ridimensionano, a mio parere, i toni allarmistici frettolosamente espressi anche da diversi analisti economici.

 

Il 5% dei ruoli occupazionali identificati possono essere interamente automatizzati usando le tecnologie di Industria 4.0.

Il 60% circa di tutti i ruoli occupazionali hanno la prospettiva che almeno il 30% delle attività abitualmente svolte possono essere potenzialmente automatizzate.

Si ritiene che l’automazione avrà un effetto basato più sui cambiamenti delle attuali attività occupazionali che non sulla loro eliminazione.    

Certo, i nuovi strumenti e processi messi a disposizione dalle nuove tecnologie interagiranno sempre di più con i ruoli occupazionali attuali, ma serviranno nuove competenze che coprano specifiche aree di bisogno, quali ad esempio: industrial data scientist,  robot coordinator, meccatronici.

Per pianificare un percorso ambizioso e costruttivo teso ad abbracciare le nuove opportunità occorrono però:

  1. INVESTIMENTI che incentivino ed incoraggino lo sviluppo ed utilizzo delle tecnologie digitali ed automazioni di processo;
  2. promuovere POLITICHE FORMATIVE che aiutino i lavoratori e le varie istituzioni a sostenere i cambiamenti in campo occupazionale.

Questo significa:

  1. ripensare alla didattica dei giovani nei vari livelli di istruzione,
  2. programmi di formazione finalizzati alle nuove esigenze del mercato,
  3. supporto e reti di protezione per i lavoratori che potrebbero subire il peso delle profonde trasformazioni.

Siamo davanti ad una progressiva ed inarrestabile mutazione dell’industria manifatturiera, che determinando ‘domanda e/o offerta’ dell’innovazione tecnologica, porterà con sé importanti opportunità di rilancio per il sistema italiano. La vocazione manifatturiera che caratterizza il Paese deve essere vissuta come un’opportunità. Il nostro tessuto produttivo tradizionale è fatto di numerosissime aziende che possono trarre un enorme vantaggio dalla digitalizzazione dei processi operativi. La digitalizzazione delle fabbriche costituisce da una parte un’importante occasione di crescita, dall’altra un’opportunità di aumentare la competitività con produzioni più flessibili, meno costose e più reattive alle esigenze dei clienti. Tuttavia la trasformazione comporterà investimenti importanti e capacità di affrontare il cambiamento da parte delle imprese. Per compiere il “passaggio” all’industria digitalizzata, la Germania, che rappresenta la prima industria manufatturiera ad alto valore aggiunto in UE  stima di investire circa 250 miliardi di euro nei prossimi 10 anni, con un processo di cambiamento che giungerà a maturazione entro 15-20 anni. Si stimano: una riduzione dei costi di produzione industriale del 5÷8%; un incremento di 400 mila nuovi posti di lavoro, caratterizzati da profili tecnici diversi; una crescita di +1%/anno del PIL.

Veniamo al nostro Paese

E’ il momento di agire: saranno i prossimi 5-10 a decretare chi emergerà tra vincitori e vinti. Occorre pertanto affrontare al più presto alcuni temi strategici. Le aziende italiane del comparto manufacturing continuano ad aumentare gli investimenti per la digitalizzazione degli stabilimenti produttivi ma a farlo sono soprattutto le aziende di grandi dimensioni. Le PMI non hanno ancora avviato piani di digitalizzazione per mancanze di risorse e di competenze adeguate. Un’indagine condotta su 110 aziende ha rivelato che il 27% non conosce il tema, mentre IL 54% del campione non ha ancora avviato progetti in quest’area. Il nostro Paese è già costretto a recuperare il ritardo accumulato nei confronti di altre economie sviluppate, a partire da quella tedesca, dove Industria 4.0 è già da tempo una realtà, anche perché ha potuto contare sul sostegno di piani di azione di sviluppo nazionale.

Al contrario, gli incentivi messi a disposizione dal Governo sono pochi, rivolti essenzialmente alla defiscalizzazione e risentono altresì di una mancanza di pianificazione a medio-lungo raggio.  

La situazione attuale conferma, pertanto, come la digitalizzazione delle fabbriche sia in Italia una realtà ancora ai nastri di partenza, lontana dalla fase di maturità. Alle endemiche problematiche legate a tutto il mondo del lavoro, alla mancanza di una credibile e competitiva politica industriale, si aggiunge la scarsa disponibilità e capacità di lettura del futuro che inesorabile avanza. La globalizzazione segue la sua strada senza ripensamenti; stanno aumentando le diseguaglianze e non si intravede una politica seria ed efficace che, nel prendere atto della disgregazione sociale, culturale ed economica, provveda ad intraprendere processi di democraticizzazione della stessa. Il cambiamento genera però sempre nuove esigenze e stimola la nascita di nuove culture e tendenze; esso va interpretato come opportunità e non come castigo di un destino avverso. Magari proprio Industria 4.0 può essere l’occasione da cogliere per imporre una svolta nell’impresa, nel mercato e nella nostra convivenza sociale e civile.

Rosario Muto

Laureato in Ingegneria Elettrotecnica c/o Politecnico di Napoli. Lavora nel Settore Aeronautico di Leonardo-Finmeccanica c/o Stabilimento di Pomigliano d’Arco (NA). Si interessa di Business Development & Program Management nell’ambito delle nuove iniziative industriali. Autore di studi su “Programmazione Industriale nell’area metropolitana di Napoli tra suggestione e realtà”.
Esperienze maturate anche nelle Istituzioni Locali.