Due ragazze e un sentimento nuovo: una giovane, inedita de Beauvoir

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Se è vero che fu Sartre a dissuaderla dal pubblicarlo, fu davvero ingeneroso. Le inseparabili di Simone de Beauvoir è il racconto di un’amicizia di quelle importanti, che permettono di capire e scoprire molto di sé attraverso una relazione elettiva duratura e precoce.

E se è vero che la stessa De Beauvoir dubitava di suo dell’utilità del romanzo, sarebbe stato gentile e lungimirante dire una buona parola invece di cavalcarne l’insicurezza e dissentire al punto da remare contro scoraggiando a esporsi. Ma forse ha giocato l’incapacità di riconoscere in una storia privata una dimensione collettiva se non fortemente politica.

Tale è la storia dell’amicizia tra Simone e Zaza, al secolo Élisabeth Lacoin, che nel romanzo che non fu pubblicato nel 1954 diventano Sylvie e Andrée, inseparabili e insostituibili protagoniste di una legame nato sui banchi di scuola in quell’età germinale che è la preadolescenza e durato fino alla morte prematura di Zaza, ventiduenne.

La prima parte si sofferma ad ascoltare un sentimento nuovo, difficile da afferrare e da definire secondo i codici che l’epoca e la giovanissima età avevano a disposizione. Un moto interiore che sorprende e inquieta prima di chiarirsi e prendere forma e che necessitava di un’occasione speciale per palesarsi.

La seconda parte è la condivisione dialettica di questo sentimento che ne segna la naturale evoluzione verso una sempre maggiore autonomia emotiva e di pensiero, anche sulla base di un rapporto profondamente diverso con l’istituzione della famiglia e della religione: libera e laica Sylvie, gravata di dogmi, timor sacro e abnegazione Andrée. Così l’innamoramento fanciullesco per l’anticonformismo di Andrée, la passione totalizzante per la sua intelligenza vivace e irriverente, lascerà il posto a una solidale custodia, che si esercita senza successo.

Ora il manoscritto, rinvenuto nell’86 dopo la morte di Simone dalla figlia adottiva Sylvie Le Bon de Beauvoir, è arrivato in Italia edito da Ponte alle Grazie, con una puntuale postfazione della stessa e la traduzione di Isabella Mattazzi.

A leggerlo ora, la cosa che prima di tutte colpisce è che due ragazzine di undici anni si diano del lei, annunciando fin dalle prime battute l’appartenenza a famiglie solidamente borghesi, con tutto l’armamentario di regole, abitudini, obblighi sociali. La seconda è che due amiche ventenni di comprovata consuetudine, complici come poche anime riescono a essere, intreccino confidenze e segreti e sfoghi intimi ed esclusivi, mantenendo intatta una forma che a noi sembra disdire.

Mai si fa cenno al desiderio del corpo e il suo linguaggio sa di inespresso, compassato anch’esso proprio come l’oggetto di cui non si parla, se non per rilevare i segni di una sofferenza taciuta. Eppure non sembra ci sia rimozione, e nemmeno castigo. C’è un’educazione così radicale da essere accolta e interiorizzata, che plasma e orienta senza violenza apparente comportamenti, desideri, e forse anche la coscienza di sé.

Questo libro è anche l’analisi condotta a ritroso di questo tipo di educazione. È lo sguardo maturo e disincantato rivolto non solo alla storia intima di un’amicizia, ma alla società del tempo, ipocrita, bigotta, che cercava di sopravvivere al primo conflitto mondiale dissimulando gli stenti, stretta tra nuove ansie di libertà e un cattolicesimo rigido, scontato nelle sue implicazioni distorte e punitive, fatto di matrimoni combinati, sensi di colpa, rinunce, sacrifici del piacere e della libertà individuale sull’altare di un dover essere astratto e irrazionale. Soprattutto è un affondo nel ruolo della donna all’interno della famiglia, vittima sacrificale di una volontà superiore che non la contempla: ruolo a cui Zaza-Andrée accondiscende in modo esemplare. Generando nell’amica i primi segni di quel dissenso intestino che sta alla base di un nuovo senso della giustizia.

De Beauvoir scrisse Le inseparabili nel ‘54, lo stesso anno che venne dato alla stampa I mandarini, il suo romanzo più celebre nel quale, per esempio, il personaggio di Anna, donna colta e realizzata, ruota ancora intorno al ruolo di moglie e di madre, e ben cinque anni dopo la pubblicazione de Il secondo sesso, pietra miliare della riflessione successiva sulla questione femminile. Zaza morì nel ’29: venticinque anni prima.

Un lasso di tempo in cui i germi di libertà e liberazione che si erano prepotentemente affacciati in età giovanile, si strutturano nel pensiero autonomo che conosciamo.

Guardare indietro non significa solo rielaborare vecchie ferite, ma indagarne le cause, prendere le distanze e spiegare razionalmente quello che il cuore non aveva mai accettato.

Zaza-Andrée muore a causa di una encefalite scatenata da una notte passata sotto la pioggia ad aspettare il suo amato (nella realtà il filosofo Maurice Merleau–Ponty), una sofferenza autoinflitta che sa di espiazione, di cui ci sono i colpevoli, e sono le punte di un sistema di valori claustrofobico e buio travestito di virginale biancore, proprio come i fiori che ne copriranno la bara.

“Oscuramente capii che Andrée era morta soffocata da quel biancore – scrive Simone nella chiusa del libro – Prima di prendere il treno depositai sopra quei mazzi immacolati tre rose rosse”.

Il libro è corredato di un’appendice con documenti iconografici e corrispondenza autografa.

 

Simone de Beauvoir, Le inseparabili. Ponte alle Grazie, 2020

 

Alessandra Bernocco

Giornalista, laureata in filosofia, ama scrivere e cucinare. Da sempre appassionata di teatro, ha insegnato storia del teatro e collaborato come critico a vari periodici tra cui Avvenimenti, Europa, L’unità.tv, Multiversi, Dramma e Oltrecultura. Per Robin Edizioni ha pubblicato il suo primo romanzo, Suite Bohémien. Si sfoga sul suo blog, Verba manent.