Stato ed Enti locali: contributo alle Tesi di Giacomo Galazzo (Pavia)

Pavia

Immaginiamo una nascente forza politica della sinistra come fortemente dedicata a sanare le ferite che in queste anni sono state inferte al rapporto tra lo Stato e il sistema degli enti locali.

E’ necessario a questo proposito ripartire dalle fondamento di un nuovo ragionamento “costituzionale” sul ruolo delle autonomie. Va ricordato che esse sono definite dalla Costituzione quali veri e propri soggetti costitutivi della Repubblica, con competenze diverse da quelle dello Stato ma con pari dignità istituzionale. Non vi è chi non veda la profonda contraddizione tra la pari ordinazione che a questi enti e costituzionalmente riconosciuta e la sorte ad essi toccata negli ultimi anni: una vicenda, questa, che richiede con forza di “tornare alla Costituzione”.

Si pensi al destino delle Province. Prima, oggetto di una riforma molto attenta all’immediato consenso e molto poco alla ricaduta sui servizi che ancora esse gestiscono. Poi, addirittura, definite da una legge di revisione come elementi da eliminare con un tratto di penna dalla Carta costituzionale. Respinta dai cittadini quella proposta, le Province italiane si trovano ora in un vero e proprio limbo amministrativo e politico: allontanate dal rapporto con i cittadini che non concorrono più alla definizione del loro indirizzo ma ancora destinatarie di importanti attribuzioni e della responsabilità di fondamentali servizi. La storia di queste istituzioni è quella di un vero e proprio sacrificio eseguito sull’altare dell’antipolitica, una brutta pagina che spetta alla sinistra di riscrivere.

E cosa dire dei Comuni. Da un lato, essi sono destinatari ai sensi dell’art. 118 Cost. della generalità delle funzioni amministrative, con salvezza di quelle che devono necessariamente essere amministrate ad altro livello secondo principi di sussidiarietà e di adeguatezza. Dall’altro, sono regolati da un sistema elettorale che porta fisiologicamente la cittadinanza a identificarsi con la figura del Sindaco: ciò che pure è corretto, dal momento che “Comune” altro non significa che organismo rappresentativo di una comunità e del suo destino. Nonostante questa fondamentale prerogativa, i municipi sono stati da un lato oggetto dei più bizzarri esperimenti politico-elettorali (dall’abolizione dell’ICI alla vicenda recente dei fondi alle periferie), dall’altro messi in condizioni di estrema difficoltà operativa per i forti vincoli posti alla loro azione. Oggi, la difficoltà dei Comuni a garantire i servizi che pure spetterebbe loro di operare sul territorio È l’epicentro più grave della crisi che intercorre tra la cittadinanza e le istituzioni. È dunque necessario lavorare per riassegnare a questi enti una capacità di spesa congrua all’enormità delle sfide che devono affrontare. Magari, senza che debbano più ricorrere per sola necessità a processi di progressiva esternalizzazione di funzioni, un’opzione che non porta tanto all’efficienza dei servizi comunali, quanto all’impossibilità di gestirli in modo efficace.

Del resto, proprio il livello comunale è quello in cui l’Italia potrebbe sviluppare una nuova cultura dell’universalità dei servizi connessi ai diritti fondamentali. Perché, ad esempio, abbandonando la logica dei bonus, non si possono aiutare i Comuni a rendere interamente gratuito l’accesso al patrimonio culturale di loro competenza? Perchè, ancora, non sviluppare città per città una sfida sulla gratuità assoluta del trasporto pubblico locale come presidio di cittadinanza ma anche di difesa dell’ambiente? Perché non investire ancora di più sul ruolo dei Comuni nei processi di accoglienza e integrazione, a differenza della destra che quell’impegno vuole smantellare? E cosi via, settore per settore.

Certo lo stato attuale delle cose non consente agli enti locali di affrontare con sufficiente sicurezza questa e altre grandi partite, vista anche la forte sofferenza degli organici con la quale devono quotidianamente convivere. Bisogna con forza affermare che nella Pubblica amministrazione va messa al lavoro una nuova generazione di professionisti, superando le ristrettezze assunzionali e di turnover del personale nelle quali gli enti locali sono costretti. Un grande investimento su nuove e qualificate assunzioni nel comparto locale: una scommessa che non potrebbe che avere un immediato effetto moltiplicatore sulla qualità dei servizi erogati al pubblico e dunque sul rapporto tra cittadini e istituzioni. I Comuni, dunque, come avanguardia di una nuova imprenditorialità dello Stato e come primi presidi di attuazione dei diritti universali.