Perché serve una nuova società della conoscenza. Di Laccetti e Zampella (Napoli)

Napoli

(proposta di Giuliano Laccetti e Alessandro Zampella, Napoli e condivisa da Salvatore Salzano, Pavia, a partire dall’odg approvato in Assemblea Nazionale di Art UNO-MDP, luglio 2018)

L’istruzione scolastica e universitaria e il mondo della cultura sono un settore nevralgico su cui bisogna concentrare sforzi straordinari perché, se esiste un settore per il quale sarebbe giusto che altri ambiti rinunciassero a qualcosa, è quello della formazione e della ricerca.

La «Buona scuola» è stata una cattiva riforma e ha creato una grave frattura tra il campo democratico e progressista e il mondo degli insegnanti che bisogna provare a ricomporre. È urgente investire in una scuola pubblica di qualità, affinché tutti possano godere di uguali diritti e opportunità. Bisogna combattere l’abbandono precoce, la flessione delle iscrizioni nelle nostre università, la sfiducia dei ricercatori, la demoralizzazione di un corpo docente sottopagato e sempre meno riconosciuto nella sua funzione sociale e culturale. È necessario promuovere una migliore assistenza ai disabili, valorizzare i modelli educativi del tempo pieno, rinnovare gli edifici e metterli in sicurezza, sostenere la ricerca, l’innovazione e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, storico e artistico.

Più precisamente, una società moderna e democratica, in grado di affrontare le sfide della tecnologia, dell’inclusione, della globalizzazione, ha bisogno anzitutto di cittadini che sappiano agire nell’ambito di un quadro di valori democratici,  quali sono quelli della nostra Costituzione, e che abbiano la preparazione culturale per affrontare sì il mondo del lavoro, ma anche per continuare a imparare per tutta la vita ed essere consapevoli dei propri diritti. Infatti, soltanto cittadine e cittadini consapevoli e preparati possono contribuire in modo efficace alla crescita e al benessere del Paese. Al sistema di Istruzione pubblico spetta questo importante compito: dalla scuola d’infanzia all’Università, è lì dove si formano le cittadine e i cittadini di domani.

Tutti gli esperti del settore riconoscono che gli investimenti in una scuola di qualità rendono più ricco e migliore il Paese che li effettua. Un sistema scolastico di qualità costa. In questi ultimi venti anni si è invece preferito usare il sistema di istruzione come un mezzo per far cassa e così si è risparmiato sul futuro del Paese. Nascondendosi dietro apparentemente neutre affermazioni di efficientamento e miglioramento  della qualità, obiettivi astrattamente condivisibili, ma da perseguire in modi opposti a quanto fatto sino ad oggi, si è trasformata la scuola in un luogo dove la cultura è passata in secondo piano. Ai futuri cittadini si cerca di impartire solo le poche nozioni ritenute necessarie per poter entrare, con un ruolo sempre più passivo e precario, in un mercato del lavoro asfittico, che invece avrebbe bisogno di persone motivate, ben preparate, consce di portarsi dietro, in qualsiasi  lavoro, l’eredità e i valori di una tradizione culturale che ci ha visto, in passato, primeggiare non solo nelle arti e nelle lettere, ma anche nella tecnologia e nella ricerca. Noi siamo la Patria di Rita Levi Montalcini e di Adriano Olivetti, solo per citare due italiani usciti dalla scuola italiana di una volta, e siamo la patria di quella moltitudine di operai e piccoli imprenditori o artigiani che hanno contribuito, nel dopoguerra, a rendere l’Italia una delle più grandi potenze industriali del mondo. Invece di continuare questa prestigiosa tradizione e impegnarsi a rendere migliore e al passo con i tempi la scuola valorizzando gli insegnati, si è preferito trasformarli da professionisti dell’istruzione in impiegati che riempiono carte e lottano per contendersi un bonus umiliante, al quale corrisponde un ancora più misero riconoscimento sociale. Una scuola povera, senza mezzi, con insegnanti mortificati crea – al di là del valore umano e professionale dei singoli – una società frantumata e rancorosa in cui la lotta tra poveri inizia tra i banchi perché non tutti possono permettersi di pagare le attività sportive, culturali, ricreative, la mensa, i materiali didattici. Tutto questo è avvenuto in modo strisciante, in un processo durato oltre venti anni, che ha avuto tra i suoi momenti peggiori le riforme Moratti, Gelmini e, in ultimo, la cosiddetta «Buona scuola» di Renzi. Queste riforme, al di là dei singoli provvedimenti, hanno avuto la capacità di mutare la finalità e gli obiettivi della scuola italiana. Dobbiamo cancellare questi venti anni e ripartire da una scuola che si fa comunità educante, che si dà l’obiettivo fondamentale di contrastare la dispersione scolastica e di creare condizioni di uguaglianza sostanziale, come sancito dal secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione. Dobbiamo realizzare una scuola ancorata ai principi costituzionali, realmente gratuita, riqualificando e ampliando il “tempo scuola”, recuperando l’eccellenza del tempo pieno, moltiplicando l’offerta pubblica di nidi, rendendo universale la scuola dell’infanzia, una scuola che includa e che consenta a tutti i capaci e meritevoli di accedere gratuitamente ai più alti gradi dell’istruzione universitaria, che permetta di essere realmente preparati per affrontare le sfide dei prossimi anni, una scuola che sappia rapportarsi con la società che la circonda: imprese, associazioni di volontariato, sindacati, istituzioni, ma sempre con l’autonomia e la dignità che le competono.

Accanto ai temi specifici della Scuola, bisogna evidenziare come i temi specifici dell’istruzione terziaria, della ricerca, della formazione, dell’innovazione, della diffusione della conoscenza, delle arti e della musica, sono ovviamente anch’essi condizioni imprescindibili per uscire dalla crisi e per ripensare il futuro del nostro Paese.

L’accesso all’Università, alle Accademie ed ai Conservatori non è solo un diritto individuale di accesso a un servizio ma un investimento strategico. Nel corso dell’ultimo decennio si tolto di più di 1 miliardo di euro al Fondo di Finanziamento Ordinario e bloccato il turn over. I risultati sono stati catastrofici: il calo degli immatricolati ci ha portato al penultimo posto in Europa per numero di laureati; il numero di docenti di ruolo e crollato e i giovani ricercatori sono diventati ancora più precari. Le politiche degli ultimi 10-15 anni hanno indebolito il sistema universitario nazionale, spostando le poche risorse verso pochi poli auto-proclamatisi d’eccellenza, provocando la desertificazione di interi sistemi accademici territoriali con un grave impatto soprattutto nel Mezzogiorno. Senza risorse, si lede il diritto all’istruzione. Senza risorse ogni riforma, ogni intervento di programmazione, valutazione e indirizzo è pregiudicato o stravolto. Ma l’università non è uno spreco di risorse, è un investimento in ricerca e sviluppo che porta vantaggi a tutto il Paese. Un aumento dei finanziamenti è dunque la prima condizione per invertire la rotta. Occorre agire anche sulle modalità di distribuzione delle risorse, contro lo screditamento del sistema pubblico di istruzione e ricerca che ha portato a dirottare i finanziamenti verso aiuti indiscriminati di dubbia utilità a poche imprese, senza che a questo sia corrisposto, peraltro, un aumento della loro capacità di innovazione, o a Fondazioni di Diritto privato concentrate quasi sempre nel Nord Italia.

All’interno del problema nazionale di riduzione dei finanziamenti alle Università, c’è una gravissima questione meridionale con spostamento di risorse dal Sud al Nord che si concretizza in diversi modi. Uno è basato su minori finanziamenti agli Atenei in coda alle classifiche di qualità della didattica e della ricerca. Ovviamente chi ha più finanziamenti meglio riuscirà a produrre didattica e ricerca di qualità, in un circolo vizioso che rischia di portare alla chiusura di alcuni Atenei nel Mezzogiorno. Una finta retorica del merito mira a creare in Italia poche Università di eccellenza, tutte concentrate nel Nord, di fatto desertificando il Meridione e parte del Centro da cultura e saperi (ma anche zone del Nord, si pensi alla Liguria, per esempio). Tutto ciò coltivando erroneamente l’idea che il Paese possa migliorare e crescere se ci sono punte di eccellenza, concentrate in alcune zone. La strada da percorrere è invece completamente diversa: finanziare e favorire una buona qualità e competenza diffusa su tutto il territorio nazionale, che, peraltro esiste già, e, appunto, andrebbe favorita e potenziata. In Italia l’università è sempre più riservata ai ceti benestanti: solo il 22 % dei giovani che la frequentano, secondo Almalaurea, ha una origine sociale “meno favorita”. Tuttavia il nostro Paese non si impegna a rimuovere le barriere economiche all’accesso all’istruzione terziaria. L’Italia risulta uno dei paesi col più basso rapporto tra idonei alla borsa di studio e iscritti all’università. Per ribaltare questo stato di cose bisogna affermare la prospettiva di un ampliamento della gratuità dell’istruzione universitaria. L’innalzamento dei livelli di istruzione attraverso la generalizzazione dell’accesso all’università rappresenta, infatti, deve rappresentare un  obiettivo strategico per tutto il paese.

La recente richiesta di regionalizzazione, di fatto, di scuola e università, da parte di Veneto e Lombardia, è la goccia che rischia davvero di far traboccare il vaso, l’affossamento cioè di scuola e università pubbliche, in particolar modo nel Mezzogiorno. Dove scuole e università rivestono peraltro un importantissimo ruolo di “baluardi” di democrazia e legalità.

Riteniamo che solo una scuola “felice” e piena di dignità possa essere buona. Solo un Paese che ritiene strategici settori quali istruzione, università, ricerca, innovazione, può migliorare il suo sviluppo economico, aumentare le occasioni di lavoro e incrementare il proprio livello di democrazia e di legalità.