C’è un’altra “T’aV”, di cui vergognarsi. Lettera al 65 per cento del Pil italiano

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Per dire sì alla TAV e chiedere che il governo adotti forti politiche d’investimenti infrastrutturali, il 3 dicembre 2018 si sono riuniti, alle ex-Officine Grandi Riparazioni di Torino, tremila imprenditori e dodici associazioni d’impresa (rappresentanti complessivamente 13 milioni di lavoratori). Il leader degli industriali Boccia ha detto: «In questa sala è rappresentato il 65% del Pil italiano. La nostra pazienza è finita». E’ a questi 3000 che scrivo:

 

Cari rappresentanti del 65 per cento del PIL italiano,

sono un giovane ricercatore universitario, emigrato da Torino alcuni anni or sono. Di TAV riconosco di essere un grande ignorante. Ho parecchi dubbi, e ammetto mi sembra si stia cercando di farne un simbolo sotto il quale – come col tappeto – mettere tutto e il contrario di tutto.

Può ben essere però che abbiate ragione voi e che sia un’opera strategica per il nostro Paese, e vi chiedo di convincermi, pronto a sostenere la comune causa dell’interesse nazionale. Credo nella buona fede di molti di voi e vi ringrazio per ciò che di buono fate, con fatica e dedizione: creare impresa, fare innovazione, investire su progetti anche rischiosi e mai immediatamente gratificanti sono tutte azioni importanti e, nei limiti in cui lo fate con onestà e senso del bene comune, a voi va la mia più sincera gratitudine di giovane italiano.

C’è però un’altra T’aV, di cui forse sono un filino più ferrato di – se non molti almeno – alcuni di voi. E’ la T’aV in cui la T apostrofata sta per “Ti”, la “a” è l’iniziale di “ammazzo” e la V maiuscola sta per vergognosamente.

Permettetemi di spiegarmi a partire dalla bella sala in cui vi siete riuniti. Oggi è un centro culturale molto fascinoso, e un pochino fighetto; con le luci colorate all’esterno, la caffetteria trendy… Quel grande salone dove vi siete seduti è stato per decenni una delle poche officine italiane in cui si riparavano e smantellavano le locomotive e le carrozze dei treni italiani. Proprio dove voi – ammettiamolo pure senza critiche – trionfalmente rivendicavate di essere il 65% del PIL italiano, moltissimi operai hanno inalato enormi quantità di amianto.

Quel capannone lo conosco bene; prima di partire per la Germania ho fatto l’avvocato in uno studio specializzato negli infortuni e nelle malattie professionali. Dove voi vi siete ritrovati a parlare di sviluppo del Paese, Mario, Antonio, Gerardo e gli altri clienti che ho seguito raschiavano via l’amianto spruzzato nelle intercapedini delle carrozze. Lo scrostavano con le pialle, dopo aver sbullonato le parti metalliche da riciclare. Senza divisioni fra gli ambienti e senza dispositivi di protezione (aspiratori, mascherine, eccetera), per cui anche chi lavorava negli altri reparti riceveva una brezza mortifera che a qualcuno ha tolto la vescica, ad altri un polmone. Ai più la vita. E questo quando la pericolosità dell’amianto era già ampiamente conosciuta e conoscibile ma – chiaramente – così si produceva più PIL, maggiori dividendi per gli azionisti e più succulenti bonus di produzione per gli amministratori.

Al loro funerale ci sono andato, perché ho avuto la fortuna di trovare un ambiente lavorativo non solo non nocivo, ma anzi umanamente sano, in cui il cliente è prima di tutto una persona da tutelare, con una scelta di campo netta e pagata a testa alta.

Vi scrivo perché capisco che nel produrre quel 65% di PIL che “rappresentate” vi possa capitare di ammazzare qualcuno. Non sono molti, ma ho visto alcuni vostri colleghi che – da imputati prima e poi da condannati – si sono sinceramente pentiti di aver risparmiato sulla pulizia dei filtri dell’aria, di aver comprato il talco industriale meno costoso (poi risultato contaminato), di non aver mai dato i guanti, mai messo gli aspiratori, fatto finta di non vedere che nessuno usava le mascherine.

Sia chiaro: non giustifico il “T’ammazzo” da lavoro, e sono orgoglioso di aver (minimamente) contribuito a far condannare non pochi vostri delinquenti colleghi/produttori di PIL.

Quello per cui vi scrivo è però il “T’aV”, ovvero il T’ammazzo Vergognosamente. Il problema che vi pongo non è quanti morti le vostre aziende hanno prodotto e continuano a produrre (con una latenza di anche quarant’anni, per l’amianto non abbiamo ancora raggiunto il picco dei decessi), ma è perché voi, che pomposamente vi ergete a paladini dello sviluppo, non lottate con egual slancio di quello che mostrate a favore della TAV per garantire che i lavoratori malati, le vedove e gli orfani ottengano almeno un giusto risarcimento.

Forse alcuni di voi sono davvero in buona fede. Forse davvero non lo sapete: spendete una fraccata di soldi in avvocati costosissimi, avete periti prezzolati che sfornano studi su studi per mettere in discussione la causalità scientifica fra sostanze cui i lavoratori erano esposti e le patologie contratte.

E quando finalmente si riesce a inchiodarvi alle vostre responsabilità, a trovare i testimoni, a ricostruire i cicli di lavorazione, a provare la presenza di sostanze nocive, a dimostrare la colpevole mancanza di dispositivi di protezione, voi a questi cristi cui avete levato la vescica, il polmone, la pleura, la vita, il marito, il nonno, il padre, eccetera, voi come risarcimento offrite cifre ridicole.

E allora no. Questo non è solo ammazzare, ma farlo vergognosamente! Dovreste avere il coraggio di dire che il treno veloce magari s’avrà pure da fare, ma il T’ammazzo Vergognosamente no.

Basta produrre PIL risparmiando sulla salute delle persone. Basta farsi belli di quanti zeri mettete nei bilanci, quando dentro i dividendi che elargite ai vostri azionisti ci sono pure i soldi che dovevate dare a Mario, alla vedova di Antonio (e a sua sorella), alle cinque figlie di Gerardo (che col padre han perso pure la mamma, colpevole di lavare le tute da lavoro piene di amianto con cui il marito tornava a casa).

Perché una famiglia che arriva al limite alla quarta settimana, provata dalla malattia e magari anche dal lutto, come voi fate un’offerta tende ad accettarla. E’ indicibile la difficoltà umana e morale con cui – di fronte alle proposte risarcitorie anche più vergognose – un avvocato debba cercare di far capire al suo cliente che conviene rifiutare (i 50-100-200 mila euro) e andare avanti col processo.  E voi lo sapete e ne approfittate.

Volete rappresentare il 65% del PIL? Bravi e allora fatelo onorevolmente.

Volete davvero il bene del Paese, dei giovani? Benissimo, cominciate allora dagli orfani dei lavoratori che le vostre aziende hanno fatto morire per risparmiare sull’igiene degli ambienti di lavoro.

Voi fatelo, rivedetevi tutti e tremila (nessuno escluso), fate manifestazioni, sit-in e proposte di legge; chiamate i vostri avvocati e dite loro che – quando stanno per fare una proposta transattiva – si mettano prima nei panni dei malati, si chiedano quanto vale la loro vescica e non si permettano di presentarvi una parcella superiore a quanto dato a una vedova per la perdita del compagno di una vita. E poi io vi seguo.

Siate coerenti e poi a manifestare per il treno veloce ci vengo pure in ginocchio. Però sia chiaro: se mi dite che il treno viene prima dei morti; che “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato” e pensiamo al futuro che con la TAV diamo un posto di lavoro (precario?) pure a una delle nipoti di Gerardo io non ci sto e a voi dico: Vergogna!

Gabriele D'amico

Torinese, avvocato, appassionato di diritto ed economia della cultura, dottorando fra Berlino e Gerusalemme in diritti umani e diversità culturale. Consapevolmente olivettiano, credo nella capacità umana di superare la gregarietà del sistema limbico e ragionevolmente spero in un futuro di sviluppo umano integrale.