C’è qualcosa di grande tra di noi: a Bologna un congresso vissuto, intenso, vero

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Una primavera progressista quella che si è vissuta nei due giorni alla fiera di Bologna, intensa, carica e anche commovente; sì perché quando una comunità si ritrova e si guarda negli occhi e insieme punta quegli occhi verso una prospettiva futura è giusto che ci sia spazio anche per la commozione; quella che ci ha colto alla lettura da parte di Roberto Speranza delle parole di Alfredo Reichilin e al suono dell’Internazionale, l’inno mondiale del socialismo, un socialismo che oggi vogliamo coniugare con il mondo come è oggi, con le sfide e le battaglie che ci aspettano, con le questioni che abbiamo di fronte, con l’esigenza di cambiarlo questo mondo, perché un altro mondo è possibile e lottare per costruirlo è qualcosa di veramente meraviglioso.

Un socialismo aperto, un socialismo laico, ma attento a tutte le spinte che anche le culture millenarie possono dare oggi ad una battaglia che è sempre quella ed è quella per la liberazione dell’umanità, della conquista di quella uguaglianza e di quella giustizia sociale senza le quali l’umanità si perde, si annienta, si autodistrugge.

Un congresso nel quale è stato citato più Francesco che Carlo, ma Francesco è l’attualità e Carlo rappresenta una analisi e una indicazione di fondo sempre e ancora attuale e infatti lo abbiamo sentito che ci sorrideva, un congresso dove è stato possibile che fossero ricordati allo stesso modo Greta, Berlinguer e Dossetti e anche Simone e i giovani che sentono loro la battaglia per un mondo non solo più pulito, per un mondo in cui l’umanità si renda conto che continuare a sporcare non solo non è lecito, non è etico, soprattutto non è più possibile.

Da qui, da queste esigenze parte la sfida per un nuovo ecosocialismo che continui nel cammino di riforma e di cambiamento anche di se stesso, un cambiamento in atto al quale è stato utile anche il nostro piccolo, ma determinato contributo.

Un congresso che ha visto anche opinioni diverse, sfumature non omogenee sull’immediatezza dell’oggi e che le ha superate guardando oltre, guardando ai grandi obiettivi che ci poniamo consapevoli di essere una parte del cambiamento che oggi non è che sia auspicabile, è una necessità, un obbligo morale del quale intendiamoci farci carico, farci parte dirigente.

Quello che è nato a Bologna in questi due giorni non è qualcosa che intende essere fine a se stesso, è qualcosa che nelle nostre intenzioni, consapevoli delle nostre dimensioni e dei nostri limiti vuole essere parte di qualcosa di molto più grande di noi, della ricostruzione di un campo progressista vasto e aperto, che si rimetta in gioco, che smetta di essere ai bordi, che sappia interpretare l’irrompere sulla scena di nuove esigenze e le sappia raccordare con le esigenze di sempre che sono le stesse, quella della giustizia sociale e di un mondo sostenibile e queste esigenze non possono fermarsi, essere bloccate dalle scelte che nella contingenza siamo chiamati a prendere perché non è che “buttiamo il cuore oltre l’ostacolo”, noi l’ostacolo intendiamo abbatterlo e sappiamo che non possiamo farlo da soli e che sarebbe insensato crederlo e pensarlo e sappiamo anche, ne abbiamo coscienza, che ci sono e ci saranno ancora strettoie nelle quali dovremo passare, ma sappiamo bene che queste strettoie non rappresentano, e sarebbe un segno di grande debolezza pensarlo, un imbuto perché dobbiamo essere capaci di rovesciarlo l’imbuto; ci entriamo dalla parte stretta perché intendiamo uscirne da quella larga e aperta e la nostra intenzione è proprio questa: rovesciare l’imbuto.

Lasciatecelo dire, esserci sentiti in questi due giorni accompagnati da Berlinguer e da Dossetti, da Francesco e da Carlo, ma anche da Greta e da Simone e aver aperto il nostro sguardo su quanto nel mondo e nel nostro Paese ricomincia a muoversi, su quanto cerca non solo una, magari altezzosa, rappresentanza, ma una sponda ed esserci sentiti pronti al di là delle contingenze immediate a raccogliere la sfida, esserci sentiti coscienti che il cammino deve passare per un pluralismo positivo e rispettoso che sappia rimettere al centro il lavoro coniugandolo con i diritti e la sostenibilità ambientale è stato bello.

Questo è stato il nostro congresso, questo vuole essere da oggi il partito che a Bologna è finalmente nato: autonomo, con il suo portato di idee e ideali, ma teso alla costruzione assieme al mondo che sente questa esigenza di una vera alternativa.

Lasciatecelo dire, laicamente e consapevoli della grande portata di un pluralismo di cui non si può fare a meno, senza alterigie, che vogliamo essere parte della costruzione di una alternativa viva e pulsante.

Questo è quello che è nato in questi due giorni, questo è, vuole essere Articolo Uno.

Lasciatecelo dire, nel modo in cui abbiamo cercato di interpretarlo, che bello essere socialisti.

 

 

Giampaolo Pietra

Quasi 64 anni (1/10/1955) fondatore di Articolo Uno a Sesto San Giovanni, membro del coordinamento cittadino e responsabile della comunicazione. Membro del comitato di presidenza dell'Anpi cittadino, sognatore di una società diversa fatta di uguaglianza.