Caro Pd, l’opposizione non è un pranzo (o una cena) di gala

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Ho deciso da tempo di non parlare più del Pd, né bene né male. Non è il mio partito e quello che penso ho avuto modo di dirlo in tante occasioni. E non a cuor leggero. Non ho condiviso la svolta liberista di Renzi, l’ho contrastata apertamente e continuo a pensare che quelle ricette siano la principale causa della sconfitta elettorale. Del Pd ma anche – come è evidente – della nostra, quella di LeU. Altrimenti non staremmo a parlare del nostro deludente tre per cento. Detto questo, oggi l’elettorato ci ha collocato entrambi all’opposizione, noi e il Pd, e la razionalità vorrebbe che la principale fatica di questa stagione fosse quella di lavorare a una piattaforma comune per un progetto alternativo al blocco Lega-M5S. A patto che cominciamo a dirci in faccia quello che non va. Fare finta di niente sarebbe criminale. I problemi esistono, cari amici e compagni del Pd. E sono tanti.

  • Piantatela di fare del male a voi stessi e alla causa della democrazia in questo paese. Questo balletto delle cene è stato uno spettacolo ridicolo e osceno. Una lite tra comari. Anni fa la serietà e persino un certa sobrietà erano un tratto distintivo del nostro agire politico. Oggi invece i dirigenti si selezionano sulla base del post o del tweet più “figo”. Un disastro. Il dibattito viene derubricato a un concorso di bellezza tra chi la spara più grossa. Chi scambia una cena per un il remake di un Consiglio dei Ministri fatto decadere dagli elettori e chi per reazione riesuma un po’ di stereotipi in trattoria per apparire popolare. Nel frattempo i banchetti che contano sono quelli dove si siedono Berlusconi e Salvini che si spartiscono Rai e Regioni. Insomma, basta con le cazzate. Sono già tre mesi che ne sentiamo abbastanza da chi abita Palazzo Chigi e dintorni.
  • L’opposizione non è un pranzo di gala. E’ fatica, sudore, corpo a corpo quotidiano. Non mera estetica del No. Lo abbiamo visto nella scorsa legislatura. Ne sono stati protagonisti i grillini, esasperando i toni talvolta in maniera indecente. Usando un linguaggio brutale ed enfatico. Anche chi come me è stato all’opposizione per cinque anni, talvolta ha ceduto a questa modalità, indubbiamente commettendo errori. Perché persino la coperta del populismo è troppo corta per accogliere culture politiche diverse. Non serve a nessuno ripercorrere le stesse strade. Occorre invece un’opposizione pedagogica, che laceri il velo delle promesse irrealizzabili, che punti il dito sulle intollerabili semplificazioni che oggi caratterizzano il populismo di governo. Anche perché se pensi di invadere il loro terreno, giocando a chi urla di più, a chi offende di più, a chi irride di più, non vai da nessuna parte. Soccombi sempre. Perché non sei credibile.
  • Il Pd fa ostruzionismo sul decreto Milleproroghe. Come è noto una legge che da sempre scalda i cuori. Al di là della gravissima manipolazione istituzionale che il Governo ha fatto, autorizzando la fiducia prima che il decreto venisse pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, penso che qualcuno debba passarsi la mano sulla coscienza. Quelli che oggi strepitano sul pericolo democratico non si sono fatti scrupoli ad aprire il vaso di Pandora delle forzature regolamentari e dell’uso della decretazione d’urgenza come fosse acqua minerale. Hanno promosso canguri, supercanguri, sedute fiume, contingentamento dei tempi, sostituzione di deputati in commissione, fiducia sulle leggi elettorali. Questi che governano oggi rivelano certamente una suggestione autoritaria, ma qualcuno gli ha lasciato la casa vuota senza mobilio. Perché l’irresponsabilità non appartiene solo a chi esercita il potere in maniera feroce, ma anche a chi pensa che il potere sia eterno. Quando cambi le regole del gioco devi sempre metterti nei panni della minoranza, non di quelli che comandano. Anche perché può capitare che arrivi che qualcuno più cattivo di te. E tu costretto a fare gli emendamenti via tweet.
  • Alternativa non significa alternanza. Quella è fisiologica in una democrazia. L’alternativa significa svolta nei contenuti, nelle idee, nella lettura della fase storica. Oggi la domanda prevalente è protezione, uguaglianza, giustizia sociale. Non si costruisce nulla se ci si ostina a rimestare le ricette che hanno fallito. Sul lavoro non si può criticare il Governo sul decreto Dignità riprendendo pari pari le tesi di Confindustria: incomprensibile. Sulle infrastrutture non puoi avversare la semplificazione populista di un Di Maio o di un Toninelli dicendo che sei preoccupato del titolo in borsa di Benetton: autolesionista. Sull’immigrazione non puoi assecondare De Luca che a sua volta insegue il sadismo incostituzionale di Salvini: subalterno. Alternativa significa rimettere al centro il lavoro e i diritti sociali, significa programmare gli investimenti pubblici, significa progettare una diversa idea di accoglienza e integrazione. Significa recuperare il conflitto sociale come spazio principale dell’agire della sinistra. Al momento invece l’opposizione sembra ancora nella fase della vedovanza. Così non si va lontano.
  • E’ stato un errore clamoroso favorire la saldatura tra Lega e Cinque Stelle. Nel migliore dei casi questa maggioranza governerà per un quinquennio in base a una reciproca convergenza di interessi. Nel peggiore dei casi diventerà l’alternanza elettorale dei prossimi venti anni, con un rispettivo gioco delle parti che ridurrà la sinistra, nelle sue varie articolazioni, all’irrilevanza. Occorreva separare i due blocchi, lavorare sulle contraddizioni aperte nell’elettorato pentastellato, impedire a Salvini di arrivare al Viminale. Eh sì, perché una cosa è parlare da leader della Lega, altra cosa è usare la poltrona di ministro degli Interni per sdoganare messaggi xenofobi, aprire la guerra alla magistratura, nominare questori e prefetti. Tra l’altro, come dimostrano questi primi mesi di esecutivo Conte, i Cinque Stelle sono una forza attraversabile, tant’è che l’egemonia nella coalizione la esercita saldamente Salvini. Non si può urlare al lupo al lupo dopo aver consentito questo scempio, inaugurando un congresso al netto del destino del paese e della sua coscienza profonda. Io credo che un’opposizione efficace lavora per rompere questo blocco e per favorire entro la legislatura un’altra maggioranza che espella la destra dal Governo. Prima che l’attuale alleanza numerica divenga alleanza politica. Questo ragionamento non è tattico, ma strategico. E’ un nodo di linea politica. Va affrontato con determinazione e radicalità.
Arturo Scotto

Nato a Torre del Greco il 15 maggio 1978, militante e dirigente della Sinistra giovanile e dei Ds dal 1992, non aderisce al Pd e partecipa alla costruzione di Sinistra democratica; eletto la prima volta alla Camera a 27 anni nel 2006 con l'Ulivo, ex capogruppo di Sel alla Camera, cofondatore di Articolo 1. Laureato in Scienze politiche, ha tre figli.