Cara Serracchiani, così cancelliamo la vittima: la donna

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Cara Debora, mi ha colpita la tua dichiarazione sullo stupro. Profondamente. Non solo perché hai “selezionato” gli aggressori e gli hai attribuito un valore differente basato sul “tipo di razza d’uomo”, ma perché dentro la tua dichiarazione c’è la causa strutturale della regressione che stiamo vivendo, su tutti i piani: relazioni interpersonali, società squilibrata, diritti negati o mai riconosciuti.
Non è mio costume lanciarmi nei comunicati e nei commenti sui social: li riconosco come figli della regressione e poi confesso che “intimamente” sto sempre dalla parte delle donne, perché come scrive Alessandra Bocchetti “le donne con le donne possono”. Ho scelto di resistere e lottare con le donne. Sempre e ovunque. Perché vedi cara Debora, c’è una guerra nel mondo che nessuno dichiara: è la guerra alle donne.
È la guerra che cancella la donna come persona, individualità, soggetto politico. È la guerra che usa l’arma delle parole e della violenza simbolica. È la guerra dello slogan “Lavoro, Casa, Mamma” simbolo del dominio storico degli uomini che riconosce in noi solo la funzione sessuale e procreativa. Il nostro corpo è fonte di piacere, lenisce le frustrazioni, assicura la continuità della specie. Cancellare la donna come persona produce la totale svalutazione del suo corpo. Allora diventiamo “soggetti mancanti” e “subumani”, da proteggere, tutelare e da reprimere nelle nostre intime emozioni.
Per questo ci stuprano e ci uccidono. È l’estremo del dominio e dell’esercizio meccanico del possedere. Gli aggressori sono aggressori e vogliono da noi tutti la stessa cosa senza distinzione: la nostra sottomissione senza possibilità di rifiuto. Lottare contro la violenza perpetrata contro di noi significa affrontare il problema partendo dalle sue radici profonde. Significa entrare nella caverna profonda del patriarcato incarnato nelle istituzioni, nella nostra condizione lavorativa, nei servizi a misura d’uomo, nella pubblicità e nelle immagini. Nelle regole non scritte della tradizione che opprime.
Cara Debora: le donne con le donne possono. Occupiamoci di noi e diamo voce alla nostra forza per poter disporre in totale libertà del nostro corpo e delle nostre capacità.
Giovanna Martelli

Deputata di Articolo 1 (XI commissione, Lavoro pubblico e privato). Segue particolarmente i temi legati al lavoro femminile e sostiene i progetti delle ONG nel campo dei diritti umani. Nata a Torino nel dicembre 1963. Ha un figlio di 27 anni, Gian Marco, che lavora come operaio. @giova_martelli