Adesso basta col federalismo straccione. Speranza terrà duro, e fa bene

| politica

Conosco Roberto Speranza ed è una persona seria. Talmente seria che in otto mesi avrebbe potuto mettere le mani avanti e denunciare gli squilibri di un’architettura istituzionale non programmata per gestire emergenze epocali, giocare a rimpiattino con l’eredità di tagli lasciatagli dai governi dell’ultimo decennio, scaricare sulle inadempienze di tante regioni i disastri accumulati sulla sanità e sui servizi. Ha scelto invece un altro profilo: lavorare in silenzio, ricucire strappi, favorire un dialogo fecondo tra centro e periferia. Persino quando i default amministrativi, comunicativi e morali di regioni come la Lombardia erano evidenti a tutti, non soltanto ai magistrati.

Altrimenti accanto al lockdown sanitario sarebbe esploso un lockdown istituzionale che poteva portarci dritti a un declino della nostra Repubblica degno di Weimar. Speranza poteva decidere di calpestare – ne avrebbe avuto tutte le ragioni – il terreno della propaganda, assecondare le richieste di ampi strati della maggioranza di governo che chiedevano il commissariamento della sanità in Lombardia, aprire un fronte polemico con quei presidenti che la mattina urlavano al coprifuoco e la sera riaprivano le discoteche.

Non ha fatto nulla di tutto questo. Ha provato a difendere la trama unitaria del fragilissimo tessuto istituzionale italiano, perché quando hai migliaia di morti a terra perdersi appresso all’ansia di prestazione dei “centometristi” dell’ordinanza regionale rischia di diventare un esercizio patetico.

Oggi sembra che il vento stia girando. Chi ha costruito campagne elettorali martellanti sul concetto di autonomia differenziata, invoca la stretta autoritaria dello Stato perché non si può scaricare (sic) tutto sulle regioni. Salvo poi guardare i sondaggi – o ricevere una telefonata incazzata dal proprio segretario nazionale di partito, meglio ancora se No Mask – e tornare ad azzannare la preda più succosa e più esposta – il governo – piagnucolando “ex post” per non essere stato consultato.

Magari non sentendo nemmeno il dovere politico di spiegare come sia stato possibile riuscire a sbagliare tre gare d’appalto di seguito – dico tre gare di appalto – sul vaccino antinfluenzale nella propria regione. La Lombardia è l’iceberg del problema, ma la “sindacalizzazione” del regionalismo è diventata progressivamente una forma di governo dei conflitti e della complessità nel tempo della pandemia.

Insomma, per la prima volta i Presidenti di Regione sono diventati a tutti gli effetti Governatori. Un cambio surrettizio della Costituzione materiale del Paese, che è figlio certamente della crisi dei partiti e della patologica personalizzazione della politica, ma che può avere effetti non ancora calcolabili sulla tenuta unitaria del paese.

Le spinte secessioniste al tempo del Covid non sono soltanto pericolose, ma assumono caratteri addirittura eversivi. Producono in larghi strati dell’opinione pubblica una sfiducia nei confronti della terzietà e della imparzialità dell’autorità sanitaria che può sfociare in vere e proprie forme ribellistiche. Perché sulla salute le campane non possono essere troppe e già circolano in tv frotte di virologi “fai da te” che, anziché spiegare come si contrasta il Covid, diventano portatori – insani – di “psico-Covid”, moltiplicando incertezze, disorientamenti e paranoie negazioniste.

Soprattutto ora che la crisi sanitaria si somma con la crisi sociale producendo una miscela di tensioni, nessuno pensi di governare sostituendo alla forza della politica il pugno dell’ordine pubblico. Speranza fa bene a tenere il punto per questo motivo: dopo il nuovo Dpcm non si può più scherzare. I dati sono neutrali, i criteri sono scientifici, le scelte devono essere rapide ed automatiche: la campagna elettorale sulla pelle del Comitato Scientifico è soltanto un danno a un sistema che rischia schiantarsi sui particolarismi.

Verrà il tempo di una discussione seria sulla necessità di rivedere la riforma del 2001 sul Titolo V, di smascherare il federalismo straccione all’italiana che ha moltiplicato i centri di spesa e la corruzione, sulla ricentralizzazione di alcune funzioni che non possono essere più frammentate in mille rivoli, della ripubblicizzazione integrale di alcuni beni non negoziabili, tra cui la sanità.

Ci sarà da ricostruire lo Stato. Un’impresa titanica. Sarà pronto a farlo solo chi in questo tornante drammatico avrà messo le istituzioni davanti alle pagliacciate.

Arturo Scotto

Nato a Torre del Greco il 15 maggio 1978, militante e dirigente della Sinistra giovanile e dei Ds dal 1992, non aderisce al Pd e partecipa alla costruzione di Sinistra democratica; eletto la prima volta alla Camera a 27 anni nel 2006 con l'Ulivo, ex capogruppo di Sel alla Camera, cofondatore di Articolo 1. Laureato in Scienze politiche, ha tre figli.