“La storia si ricorderà”, dice Veltroni. Certo, ma di chi?

| politica

“Non fate cose che la Storia ricorderà: perché della divisione della sinistra la storia se ne ricorderà”. L’appello lanciato da Veltroni impone un’approfondita riflessione sulla divisione dei progressisti dinanzi all’incedere dei “populismi”, nel tentativo di definire con chiarezza le responsabilità di quanti, dopo avere per anni negato la presenza della famosa “mucca in corridoio” con cui Bersani aveva voluto descrivere il ritorno di fiamma delle destre in tutta Europa, utilizzano la minaccia di una nuova ondata reazionaria per consolidare la posizione di una classe dirigente in crisi di consenso e di credibilità.

Generato dalla fusione (affrettata e, sotto tanti aspetti, male assortita) tra gli ultimi bagliori della tradizione berlingueriana e il nucleo superstite del cattolicesimo democratico, il Pd aveva comunque l’ambizione di rappresentare una fetta di mondo: il mondo del lavoro, attanagliato dal graduale detrimento di diritti e tutele; il mondo della scuola e dell’università, disastrato dall’onda della Gelmini; il mondo delle associazioni mobilitatesi a presidio dei principi costituzionali, descritti come un retaggio della tradizione filo-sovietica dai pretoriani del “ghe pensi mi”. Il Pd coltivava, in altri termini, l’ambizione di rappresentare quel mondo che guarda a sinistra, e che cerca, da sinistra, risposte in termini di eguaglianza e giustizia sociale.

Tra selfie e finanzieri di varia provenienza ed estrazione, tweet al vetriolo e battutacce da gita fuori porta, i protagonisti de “La svolta buona” non si sono limitati a occupare tutti gli spazi disponibili nel salotto buono della politica italiana: hanno rimarcato giorno dopo giorno la distanza in essere con il loro mondo di riferimento, nell’inveterata convinzione di poter mescolare retorica giovanilista e strategie iperconservatrici, di superare il berlusconismo attraverso la sostanziale riproposizione delle ricette made in Arcore.

Ecco allora il jobs act, con annessa archiviazione del sistema di tutele delineato dall’articolo 18; ecco la riforma costituzionale, grossolano tentativo di trasformazione della democrazia parlamentare in una sorta leadercrazia sorridente; ecco la stretta sulle intercettazioni e la responsabilità civile delle toghe, paralizzate a colpi di post-it gialli durante la stagione della resistenza avverso le leggi ad personam. Le ragioni del sindacato sono state liquidate a colpi di “se ne faranno una ragione”; le rivendicazioni degli insegnanti hanno finito con l’essere derubricate a meri slogan da corteo; i rilievi degli accademici venivano ridotti a polverosi soliloqui di professionisti della conservazione: siamo la nuova sinistra, siamo la sinistra che vince, e la nuova sinistra vince marciando a destra, verso la terra promessa del Partito della nazione.

Ma la destra non aveva cessato di esistere, pur confinata nell’esilio ingrigito di Cesano Boscone: i rigurgiti di estremismo continuavano a fare breccia in strati sempre più ampi di un paese attanagliato da una crisi sociale ben lontana dal conoscere il suo epilogo, mentre l’area democratica, ormai orbata di rappresentanza, ingrossava gradualmente le fila dell’astensionismo, per poi far esplodere il suo grido di rabbia in occasione del referendum del 4 dicembre. La destra non aveva cercato di esistere, la sinistra abiurava il proprio patrimonio di idee e di consenso: la mucca in corridoio c’era eccome, ben visibile per chiunque non scegliesse deliberatamente di ignorarla.

Il resto è cronaca: triste, spietata, reale, crudele. La destra che avanza da Messina a Monfalcone, il popolo progressista in fuga dalle urne, nuove forze si propongono per fornire, attraverso la critica radicale alle politiche degli ultimi anni, una risposta a quel vuoto di rappresentatività a cui si è poc’anzi fatto cenno. E i protagonisti de “La svolta buona” costretti ad inseguire la mucca in corridoio, ripetendo a reti unificate il proclama di Veltroni: divisi perdiamo, divisi torna la destra, la Storia se ne ricorderà.

Troppo tardi, per chi sulla cultura della divisione ha costruito il proprio modello di leadership; troppo tardi, per chi ha sacrificato il patrimonio culturale della sinistra democratica sull’altare del Partito della Nazione; troppo tardi, per chi ha trascinato l’area progressista nel baratro di una sconfitta annunciata. Troppo tardi: la storia si ricorderà. La storia si ricorderà di chi non ha visto la mucca in corridoio.

Carlo Dore jr.

Trentasette anni, cagliaritano, dottore di ricerca. Da sempre a sinistra, senza mai cambiare verso.