Il DEF licenziato ieri dal Consiglio dei Ministri è la certificazione del fallimento della politica economica dell’esecutivo Lega-M5S.
Il governo non è responsabile del peggioramento della congiuntura internazionale e delle prospettive dell’economia tedesca, a cui quella italiana è strettamente legata, ma ha la colpa grave di aver fatto trovare il Paese totalmente impreparato di fronte a una situazione che si profilava da mesi.
La legge di bilancio si è rivelata un errore nel metodo e nel merito. Si è aperto uno scontro puramente propagandistico con l’Europa, per poi farsi dettare i saldi finali da Bruxelles. Poteva aver senso affrontare i costi di un aumento dello spread se si fosse portato a casa un aumento cospicuo delle risorse per il rilancio degli investimenti, per le assunzioni nella pubblica amministrazione e per la riduzione fiscale per i redditi medio-bassi.
È stato autolesionistico farlo per accontentarsi alla fine della stessa limitata ‘flessibilità’ accordata per anni a Renzi e Padoan.
Le due misure-chiave scelte (quota 100 e reddito di cittadinanza), se pure dettate da esigenze sociali reali, sono state congegnate in modo inefficace, sia sul piano dell’equità, sia su quello del sostegno alla crescita e all’occupazione.
Il vuoto di idee dei partiti di governo di fronte alla situazione determinatasi è adesso impressionante.
Di Maio è arrivato a lodare la Merkel, a dire che il surplus commerciale tedesco non è un problema (nemmeno in Germania lo pensano più…) e che anche noi dobbiamo puntare sulle esportazioni (proprio mentre il commercio internazionale ristagna o flette…).
Salvini rilancia la flat tax, con una scelta che sarebbe molto contestabile in una condizione di crescita normale e che diventa semplicemente surreale nel quadro attuale.
Ora più che mai è necessario un cambio di passo e di atteggiamento dell’opposizione di centro-sinistra.
Il Paese ha bisogno di un linguaggio di verità, capace finalmente di riconoscere gli errori della legislatura precedente, che hanno portato all’affermazione di Lega e M5S, e di indicare adesso una strategia alternativa, con una forte impronta sociale, ambientale e redistributiva.
Anche da questo punto di vista, la scelta che abbiamo compiuto come Articolo 1 di collocarci senza esitazioni nel campo della costruzione dell’alternativa di governo e del PSE a livello europeo è giusta e necessaria, anche per contribuire a correggere gli errori passati.
È urgente offrire quanto prima una via d’uscita al Paese di fronte a una situazione che rischia seriamente di avvitarsi, ma è altrettanto urgente che questa via non sia percepita come un ritorno al passato o a ricette a vantaggio dei soliti noti, che il 4 marzo sono state irrimediabilmente bocciate.