Ritrovare l’unità senza smarrire l’identità: per una costituente della sinistra

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Nei giorni scorsi, in seguito al voto delle europee, la questione relativa all’unità della sinistra è stata al centro del dibattito politico. Ne ha fatto menzione, ovviamente, Nicola Zingaretti, ribadendo come il Partito Democratico dovrà costituire la «forza sulla quale costruire l’alternativa», e rivendicando, ancora una volta, l’aspirazione del PD tornare alla «vocazione maggioritaria» di veltroniana memoria, seppur declinata in «modo nuovo». Ne ha fatto menzione il segretario di Articolo Uno, Roberto Speranza, ribadendo la necessità di costruire un fronte ampio per contrastare le destre, aprendo un dialogo con il Movimento 5 stelle e fiancheggiando il Partito Democratico in questo processo di ricostruzione. Inaspettatamente anche Nicola Fratoianni, ex-segretario di Sinistra Italiana, all’indomani del voto delle europee, ha rimarcato la necessità di riaprire il dialogo e la collaborazione con il Partito Democratico per costruire «uno spazio di discussione in una prospettiva diversa».

Questa convergenza di intenti e strategie, pur con le dovute e necessarie differenze, è chiaramente un segnale positivo, e anzi rappresenta un’importante presa di coscienza da parte delle forze che in questi anni, pur occupando lo spazio del centrosinistra, hanno spesso trascurato la loro vocazione politica, essendo fin troppo accondiscendenti coi dettami ideologici del neoliberismo. Tuttavia, se di unità della sinistra si deve parlare – ed è giusto che se ne parli – è parimenti necessario intendersi su un punto fondamentale. Il tema dell’unità non può mai essere separato da una seria riflessione sui fondamenti politici di questo processo e sull’identità politica che si vuole dare a questo fronte, quanto mai necessario e urgente per arginare le montanti destre del paese.

Riteniamo necessario partire da una consapevolezza: l’identità antifascista su cui è stata fondata la nostra Repubblica non esiste più. L’ingresso nella giovanissima Terza Repubblica ci ha consegnato una situazione che potrebbe benissimo essere paragonata all’Italia dei primi anni venti. L’«onda nera» di cui parla Fratoianni è un processo politico nuovissimo e al contempo morfologicamente molto simile a quel “movimento” che nel secolo scorso ha condotto l’Italia nell’alveo della dittatura fascista. Si badi bene, non è nostra intenzione proporre semplicistici parallelismi storici, ma tentare un confronto storico e morfologico, per tentare di intendere quanto sta succedendo oggi in Italia alla luce di un passato che, se ben inteso, può dirci molto sul nostro presente. Per essere più chiari: non si tra proponendo la tesi secondo cui la Lega sarebbe il nuovo fascismo e Salvini sarebbe paragonabile a Mussolini, bensì si vuole mettere in risalto come le tendenze storiche attuali ci avvicinano a quei travagliati anni venti del novecento e rimarchino tutta la loro distanza da ciò che è stata la storia repubblicana dal ‘46 in poi. Ciò significa anche ridefinire le strategie della sinistra in questo nuovo (e vecchio al contempo) contesto, e la necessità di contrastare questa “nuova” destra richiede una profonda riflessione politica e storica, prima che tattica e strategica.

Leggendo alcune pagine delle Lezioni sul Fascismo di Palmiro Togliatti vi si ritrovano espressioni che non possono non colpire per la loro straordinaria attualità. A proposito dell’ideologia fascista egli scrive ad esempio che è «un’ideologia eclettica. Elemento di tutti i movimenti fascisti è intanto, ovunque, l’ideologia nazionalista esasperata (…). Accanto a questo elemento vi sono numerosi frammenti che derivano da altrove (…). Per esempio, la concezione del capitalismo (…), che consiste nel considerare l’imperialismo come una degenerazione che deve essere eliminata, mentre la vera economia capitalistica è quella del periodo originario e bisogna quindi tornare alle origini (…). Io vi metto in guardia contro la tendenza a considerare l’ideologia fascista come qualche cosa di saldamente costituito, finito, omogeneo. Nulla più dell’ideologia fascista assomiglia ad un camaleonte»[1].

Non è difficile rivedere in queste parole alcune inquietanti assonanze con i punti programmatici rivendicati dalla Lega: il nazionalismo esasperato salta subito all’occhio (lo slogan “prima gli italiani” si commenta da sé), ma altrettanto affine è la considerazione del capitalismo contemporaneo come “deviato” e corrotto dall’elemento finanziario, “imperialistico”, e una rivendicazione di un capitalismo “sano”, di un’economia reale vicina alle persone, e non astratta e impalpabile, vicino alle realtà nazionali e ai loro bisogni, piuttosto che un capitalismo transazionale. Ancora, Togliatti mette in evidenza come «la dittatura fascista è stata spinta ad assumere le forme attuali da fattori obiettivi, da fattori reali: dalla situazione economica e dai movimenti delle masse che da questa situazione vengono determinati»[2]. Questo punto va sempre tenuto a mente quando si ragiona delle cause che hanno portato l’«onda nera» all’attuale successo elettorale nel nostro paese: essa nasce sempre da contraddizioni reali, da movimenti oggettivi della società, che non sono, evidentemente, stati intercettati e indirizzati dalle forze della sinistra. Sempre nelle pagine di Togliatti emerge un altro tema, a nostro avviso dirimente per la definizione di una tattica della sinistra anche dal punto di vista comunicativo. Proprio nelle prime pagine delle già citate Lezioni sul Fascismo si può leggere che: «quando noi parliamo di “avversari” non abbiamo di vista le masse che sono iscritte alle organizzazioni fasciste, socialdemocratiche, cattoliche. Avversari nostri sono le organizzazioni (…), ma le masse che vi aderiscono non sono nostri avversari, ma sono delle masse di lavoratori che noi abbiamo far tutti gli sforzi per conquistare»[3]. Può sembrare superfluo ricordarlo oggi, ma evidentemente vi è stata, da parte della sinistra, la tendenza eccessiva a non comprendere le ragioni delle «masse di lavoratori», le loro richieste, le loro intime spinte, la loro ricerca di risposte alle terribili contraddizioni sociali, e in questi anni si è assistito in maniera decisamente eccessiva a un continuo dileggio nei confronti degli elettori della destra. Si è spesso rimarcata la loro incultura, la loro superficialità politica, e quest’atteggiamento, più che da parte dei dirigenti, è stato perpetuato da simpatizzanti e militanti della sinistra, il che rende forse ancora più controproducente una tale “strategia”. Non fa che allontanare le “masse” dalle strutture politiche di riferimento, si sentono da queste rigettate e tagliate fuori dalla vita politica e viene alimentato l’odiosissimo e dannosissimo “senso comune” che vede la sinistra come radical-chic e lontana dai problemi della gente.

Definire alcuni punti fermi, prima di parlare di unità della sinistra, ci sembra necessario anche nell’ottica della definizione dei confini di questa unità. In questa sede non si vuole discutere di alleanze, di accordi e di azione politica immediata, ma si vogliono suggerire alcuni argomenti su cui riflettere e che riteniamo siano preliminari a qualsiasi prassi. Per quanto riguarda, nello specifico, le proposte relative questo processo costituente della sinistra crediamo si possano identificare le seguenti tendenze: a) il ritorno alla “vocazione maggioritaria” del Partito Democratico, b) la possibilità di ricercare alleanze e aperture sia a “sinistra” che a “destra”, coinvolgendo sia le forze più radicali sia quelle più centriste, e c) (strettamente legato al punto precedente), la definizione delle basi ideologiche di questa apertura. Fondamento comune di questi punti, ci sembra, è la questione relativa all’identità politica e ideologica del Partito Democratico.

Scomodando ancora una volta la storia riteniamo possa essere utile tornare a quegli anni venti prima menzionati e focalizzare la nostra attenzione su un tema centrale del pensiero di Antonio Gramsci. Com’è noto la riflessione di Gramsci costituisce un grandioso esempio di strategia politica elaborata in un momento regressivo, una vera e propria meditatio sulle ragioni della sconfitta e sulle possibilità di resistenza al consolidamento delle forze reazionarie. Argomento centrale della sua strategia di contrasto e opposizione al fascismo è rappresentato dall’urgenza di una costituente delle forze antifasciste e democratiche. Tale proposta comincia a prendere forma negli anni ’24-’25 e si propone il compito di costituire una “tappa intermedia” nella via al socialismo, in cui si cerca l’accordo, su basi condivise, con le altre «opposizioni democratiche», al fine di ridare nuovamente una dimensione politica centrale alla “classe lavoratrice”, fino a quel momento assente dalla vita politica. Gramsci propone dunque la collaborazione dei comunisti con le altre forze democratiche, pur senza “scomparire” in esse, rimarcando tuttavia l’originalità e la forte identità del PCd’I. Tale obiettivo potrà essere conseguito soltanto intervenendo «attivamente nella formazione delle opposizioni» e lavorando per «determinare nella base sociale delle opposizioni una differenziazione di classe»[4]. Questo concetto si rafforza ancora di più durante la cosiddetta crisi Matteotti, in cui, come Gramsci non manca di annotare, «le grandi masse lavoratrici sono disorganizzate, disperse, polverizzate nel popolo indistinto»[5]. In quegli stessi anni Togliatti proporrà di smuovere le masse dalla loro passività a partire dalla lotta per le «rivendicazioni immediate»[6], al fine di estendere l’egemonia del PCd’I sulle masse popolari e sottrarle ai partiti borghesi. Dobbiamo comunque sottolineare che per Gramsci, al di là di qualsiasi revisionismo storico, l’obiettivo finale resta sempre creare le fondamenta per la «costruzione del Soviet»[7] e l’approdo al “governo operaio e contadino”. Facciamo questa precisazione per dissipare ogni dubbio riguardo al carattere rivoluzionario della riflessione gramsciana, e per evitare che la seguente riflessione venga intesa come tentativo di “disarmare” il pensiero gramsciano e di accostarlo a correnti di pensiero moderate. Ma non è questa la sede per addentrarci ulteriormente in questo discorso, tuttavia tale precisazione ci sembrava oltremodo necessaria.

Il tema della costituente torna anche durante gli anni del carcere e subisce profondi mutamenti. Quando Gramsci sconta la sua pena il fascismo si è oramai consolidato, di conseguenza anche la strategia politica dei comunisti deve adattarsi a questa nuova fase. Gramsci adesso propone apertamente la costruzione di un fronte repubblicano, di una «piattaforma unitaria (…) per sviluppare la lotta contro il fascismo»[8]. Nella costruzione di tale piattaforma le masse popolari dovevano avere un ruolo assolutamente centrale altrimenti «mano a mano che illanguidisce la tendenza per domandare una Costituente democratica, una revisione dello Statuto in senso radicale, si rafforza la tendenza “costituentesca” alla rovescia, che dando un’interpretazione restrittiva dello Statuto minaccia un colpo di Stato reazionario»[9]. In altre parole, se la costituente sfugge al controllo popolare e si concretizza in un semplice rimpasto delle classi dirigenti rischia di avere esiti regressivi. La parola d’ordine primaria, negli anni del fascismo consolidato, era dunque la riconquista degli spazi democratici, della «eleggibilità di tutte le cariche, rivendicazione che è estremo liberalismo e nel tempo stesso la sua dissoluzione», ovvero l’attuazione dell’autentica libertà.

Se proviamo a volgere nuovamente il nostro sguardo sul presente vediamo che, pur con le dovute e necessarie differenze, è possibile provare a sviluppare interessanti riflessioni sulle strategie della sinistra. Riteniamo, ad esempio, che sia prioritaria una ridefinizione del campo d’azione della sinistra entro cui si rende necessario far convivere “programmi di massimo” e “tappe intermedie”. Il “popolo della sinistra” è disperso in quanto estromesso dalla vita politica, si sente rigettato dalle stesse strutture che, al contrario, delle istanze e rivendicazioni di quel popolo dovrebbero farsi portavoce e, ciò che appare più grave, si percepisce una costante incapacità di rientrare in “connessione sentimentale” con esse.

La fase che si apre a noi nostri occhi è estremamente incerta e drammatica. Il blocco di destra procede inarrestabile in quanto appare l’unica forza capace di capitalizzare in risultati elettorali le istanze contraddittorie della società e le richieste, pur talvolta confuse, delle “masse”. Ci troviamo in una fase estremamente “creativa” delle forze reazionarie le quali non si sono ancora consolidate del tutto e i rischi per la democrazia del paese sono seri e reali. In questo contesto è urgente riorganizzare le forze della sinistra all’interno di una strategia che possa condurre alla costruzione di un fronte compatto, un baluardo alla barbarie che si avvicina all’orizzonte. Tuttavia il primo passo da effettuare è quello di riconoscere le debolezze delle forze in campo e di sottoporsi a una severissima autocritica. A parere di chi scrive rincorrere la “vocazione maggioritaria” del Partito Democratico sembra una strategia poco lungimirante, che non tiene conto della frattura gravissima che si è creata tra il principale partito di centrosinistra e il suo bacino elettorale. È assolutamente vero che si configura un nuovo scenario bipolare, ma è altrettanto vero che si tratta di una contrapposizione che deve tener conto di numerose sfaccettature, la più evidente delle quali è rappresentata dal fatto che si pone, innanzi tutto, la necessità di arginare la destra, ed è proprio sul concetto di “argine” che è possibile pensare un bipolarismo, ma certamente non sulla base di contenuti di proposta politica e di identità storica della principale forza dell’opposizione. In secondo luogo riteniamo che piuttosto che operare come “soggetto accentratore”, il Partito Democratico debba essere capace di convogliare forze politiche diverse attorno a un obiettivo comune. In tal senso, una forma di coalizione o di federazione ci sembra più adeguata a fronteggiare le difficoltà dell’attuale fase. Un nodo centrale diventa, dunque, il ruolo delle forze di sinistra all’interno della coalizione, e questo forse è il punto più importante e, contemporaneamente, quello su cui ci sembra si sia meno posto l’attenzione. Il problema dell’egemonia, ben lungi dall’essersi esaurito, ritorna ancora più imperioso. Le forze di sinistra (e le loro correnti più marcatamente socialiste e socialdemocratiche) devono essere assolutamente partecipi a questo processo costituente presentando con forza le proprie istanze, rendendosi riconoscibili e identificabili in un percorso politico chiaro. Ci sembra dunque davvero incredibile come, qualche giorno fa, Carlo Calenda si sia rammaricato che il Partito Democratico sia percepito come “troppo di sinistra” per gli imprenditori moderati che dunque decidono di non votarlo. Appare ovvio che al momento il centrosinistra è attraversato da correnti di pensiero contraddittorie e a volte contrastanti, ma la lotta per l’affermazione di un’identità chiaramente progressista, europeista e socialista, rappresenta, a nostro avviso, la priorità nella costruzione di questo ipotetico fronte. In questo scenario l’apporto politico di Articolo Uno è fondamentale a patto che si svolga con lo spirito di voler dare un contributo identitario forte, mirando a creare un clima di inclusione che però possa tener conto del contenuto politico trainante l’intero schieramento di forze. L’obiettivo immediato è quello di arginare la rimonta della destra, che nel nostro paese avanza con paurosa celerità, e avviare al più presto una costituente della sinistra, che sappia contenere al suo interno sia le spinte più marcatamente radicali sia quelle più moderate e vicine al centrismo liberale, senza tuttavia smarrire la propria identità per strada e affermando con forza il campo entro cui si vuole lottare, che è quello del socialismo europeo di Sanchez e Corbyn, e non quello delle forze centriste di Macron. In questo processo devono starci tutti coloro che ne condividono i principi e, sebbene ciò presenti delle difficoltà oggettive, un’apertura va tentata anche verso le frange più progressive del Movimento 5 Stelle.

In conclusione, siamo di fronte a una fase estremamente dinamica della politica del paese, gli equilibri di governo sono assolutamente precari e vi è il serio pericolo che la destra possa passare da una fase “creativa” a una fase egemonica e stabile. Questo è un rischio che non possiamo correre. Il nostro partito, nelle intenzioni, ci sembra assolutamente nel giusto solco, ovvero quello di non contribuire alla frantumazione della sinistra ma al contrario di rinsaldarla nell’unità senza smarrire, tuttavia, l’identità politica delle lotte e delle rivendicazioni, che poi sono sempre quelle: lotta alla precarietà, dignità del lavoro, tutela dell’ambiente, diritti sociali e civili eccetera.

La costituente della sinistra è dunque un obiettivo imprescindibile, a patto che si badi non solo al contenitore ma anche al contenuto. In Italia serve una grande forza europeista e socialista, ma se non si comincia a costruirla subito si rischia di perdere una partita davvero troppo importante, le cui conseguenze ricadrebbero sulle spalle di noi tutti.

 

[1] P. Togliatti, Lezioni sul Fascismo, Roma, Editori Riuniti, 1970, p. 12.

[2] Ibid., p. 20.

[3] Ibid., p. 3.

[4] Cfr. A. Gramsci, Scritti politici, vol. III, a cura di P. Spriano, edizione elettronica a cura del progetto Manuzio, p. 56.

[5] Ibid., p. 68.

[6] P. Togliatti, Opere, a cura di E. Ragionieri, vol. II 1926-1929, pp. 138-139.

[7] P. Spriano, Storia del partito comunista italiano, vol. I, Da Bordiga a Gramsci, Torino, 1967, pp. 407-412.

[8] G. Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937, Torino, 2012, p. 153.

[9] A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Q 8 § 101.

Andrea Luigi Mazzola

Nato a Enna l'11 agosto 1989, ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa dove ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2018. Da sempre impegnato a sinistra. Attualmente è segretario comunale della sezione di Enna di Articolo Uno.