L’Europa Sovrana di Macron: un’agenda da controprogrammare

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Fuori dai nostri confini si è prodotto un fatto non secondario per gli assetti costituzionali del continente. Con il discorso per un’Europa Sovrana del 26 Settembre 2017, il Presidente della Repubblica Francese ha voluto dettare tempi e priorità programmatiche per la costruzione del nuovo Stato europeo. Se dei tempi è lecito dubitare, non deve sfuggire invece come le priorità fondative di questa nuova sovranità debbano interessare la nostra elaborazione programmatica, se non altro per farci un’idea più trasparente di che tipo di cittadinanza e che tipo di democrazia abbiano in testa i grandi decisori europei.

Secondo Macron le prime due chiavi a portata dovrebbero darsi attraverso la costruzione di un’Europa della Difesa e la condivisione del controllo delle frontiere. Non la fondazione sociale, non una diversa comprensione del lavoro, ma esercito comune e difesa dei confini di un’Europa indipendente, per rimpatriare chi rebus sic stantibus non ha diritto a condividere terra e aria con noi per sconvolgimenti climatici o devastazioni economiche (et si mutaremus?). A ciò si aggiunge un sostanziale silenzio sulla costituzione economica europea che pure è causa di non pochi mali. Tralasciando gli altri propositi, che considero sussidiari, vorrei sottolineare questa relazione specifica: una politica di difesa e sicurezza esaltate al ruolo di primissima priorità, un silenzio tutto sommato soddisfatto sugli assetti istituzionali di governo dell’economia, non essendo decisiva al riguardo l’istituzione di un ministro unico dell’economia.

Mi pare che l’agenda proposta in Sorbona meriti una considerazione e soprattutto una controproposta a meno di non voler avallare un processo di nation building penalizzante per le nostre ragioni di progresso. Le costituzioni hanno infatti una dimensione programmatica che volenti o meno conformano il dibattito politico sul lungo periodo: sono larghe e interpretabili ma non all’infinito. La nostra per esempio, nell’includere il paradigma dell’eguaglianza sostanziale, detta un indirizzo e un vincolo nel metodo, individua una relazione non ancora smentita tra rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale e possibilità di partecipazione a tutte le dimensioni dell’organizzazione della Repubblica, subordina a più riprese i rapporti economici a utilità più importanti, e con ciò delinea un ordine di valori che informa di sé anche la cosiddetta costituzione economica, che intendo come assetto degli organi di governo dell’economia e come ordinamento dei diritti economici e sociali.

Tacere sull’ordine fondamentale della nostra costituzione economica materiale oggi, regole del mercato interno e governance economico-finanziaria europea, può costare caro. Le crisi politiche degli ultimi anni non fanno che confermarcelo. Si potrebbe anche dire che l’irrilevanza di alcuni di noi è costata fin troppo: più che un’inedita rottura la modifica dell’articolo 81 della Costituzione può considerarsi come il coronamento di un processo che già Padoa Schioppa considerava compiuto sul piano formale: “Che la scrittura di una costituzione economica europea sia un processo sostanzialmente compiuto non significa che l’unione economica sia cosa fatta” diceva nel 2002.

Ora nulla impedisce che si torni a mettere in discussione l’assetto. Ci ha provato Benoit Hamon con la sua inascoltata proposta di democratizzazione della zona Euro a firma Piketty e Hennette, ci provano a sinistra i fautori di un Piano B. Il filo rosso della loro comprensione del problema sta nel fatto che la teoria istituzionale sottesa agli attuali assetti del governo del mercato è non solo perdente sul piano economico, ma anche di dubbia democraticità e di ancor più dubbia sostenibilità socio-politica.

Che fare allora? Darsi una strategia per la transizione e invertire le priorità per la costruzione europea. In poche parole e senza retorica, offrire una proposta di cittadinanza prima che di regolazione amministrativa, un respiro costituzionale che sappia interrogare la costituzione economica europea in radice, in favore dei diritti sociali e dei diritti del lavoro. Ritengo personalmente che non si possa parlare di Europa Sociale senza affrontare questo passaggio e, per tornare al discorso di Emmanuel Macron, senza integrare nel progetto di nuova sovranità la nostra idea di solidarietà repubblicana.

Non basta dire “Europa sì ma non così”. Nazionalismo, sovranismo e federalismo sono tre ismi che si ascrivono al nostro contemporaneo dibattito su “cos’è la polis?”, non a chissà quale fondo per la coesione sociale. Di questi passa indenne il nostro giudizio solo il terzo, mentre i primi due suscitano un rigetto quasi emotivo sulla base del sospetto che solo il richiamo alla nazione corrisponda a un sentimento popolare, tanto poco autentico quanto pericoloso. Viene da dire che un dibattito più lineare dovrebbe portarci subito a discutere della qualità della nostra democrazia: cittadinanza, sovranità democratica e relative distribuzioni spaziali, senza troppo concedere ai fantasmi delle forze politiche della cosiddetta destra. Come tutti i fantasmi infatti, scompaiono con le prime luci del mattino.

 

Per un’analisi di fase sul ruolo della sinistra nell’agone europeo rinvio a (e presuppongo) M.D’ALEMA, Fondamenti per un programma della sinistra in Europa

Benedetta Rinaldi Ferri

Studente di giurisprudenza, militante di Articolo Uno a Roma, amante del mare e della neve.