Lillo, “c’è una Sicilia che merita di cambiare”. Viaggio dentro Articolo 1

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Lillo Colaleo ha 26 anni ma ne dimostra molti di più: una maturità sorprendente e una cura dei dettagli quasi maniacale lo rendono l’interlocutore ideale per discutere delle imminenti elezioni siciliane.
Lillo è di Enna ma studia a Catania e, soprattutto, è un volontario della campagna elettorale di Claudio Fava, il cui slogan, “Cento passi per la Sicilia”, ha a che fare con la storia personale del figlio di Pippo Fava, fondatore e direttore della rivista “I Siciliani”, assassinato da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984, e con una splendida sceneggiatura che egli scrisse per un film intitolato, per l’appunto, “I cento passi”, diretto da Marco Tullio Giordana e interpretato da Luigi Lo Cascio, nei panni di Peppino Impastato.
Cento passi come quelli che, a Cinisi, separavano l’abitazione di Impastato da quella dello “Zu Tano”, ossia di Gaetano Badalamenti, potentissimo e spietato boss mafioso che ordinerà l’omicidio del ragazzo nella “notte buia dello Stato italiano”, il 9 maggio 1978, che è anche la data del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma.
“L’espressione Cento passi – ci dice Lillo – è anzitutto un simbolo. Il simbolo che c’è un’altra Sicilia oltre a quella mafiosa dei Riina e dei colletti bianchi. Diceva un intellettuale di qualche tempo fa: ‘i siciliani sono estremamente timidi ed estremamente audaci’. Soprattutto nel loro rapporto col potere. Ecco, io credo che Cento passi rappresenti il lato della medaglia che non si è piegato al potere e con coraggio lotta affinché la legalità possa un giorno vincere sul malaffare. La legalità è un elemento anzitutto di civiltà, di rispetto, di cura di sé e degli altri. E sotto questo aspetto, nel corso degli anni, sono stati compiuti progressi immensi: le persone sono meno disponibili a rimanere succubi. Ma ancora è necessario farne molti altri e per questo è necessaria la presenza di una politica coerente e senza pietre nelle tasche”.
Quanto a Pippo Fava e Peppino Impastato, “rappresentano la mia terra. I ragazzi, la gioia, la lotta, le passioni, i cortei, le manifestazioni, la libertà. Sono un simbolo: un simbolo che appartiene a tutti. E la nostra battaglia ha l’ambizione di ridare loro quella indispensabile dignità di cui anni di antimafia parolaia li ha privati”.
“Vorrei portare con me – prosegue Lillo – la loro coerenza e disponibilità a lottare per le proprie idee. Senza coerenza, infatti, le nostre parole valgono poco o nulla e le persone finiscono per rassegnarsi e consegnarsi al potente di turno, disponibile a fare loro una carezza”.
Poi ci racconta un aneddoto della campagna elettorale, di cui lo colpisce soprattutto il coinvolgimento popolare, anche di chi non vota: “Ci sono ragazzi che ancora non possono votare che stanno dando l’anima per questo progetto. Uno di loro ha detto a Claudio Fava: “Io non possiedo voti. Anzi, non ho neanche il mio. Ma ci sono”. Lì capisci l’importanza di dare una speranza”.
“Quest’isola – aggiunge sempre più convinto – merita di cambiare. Il nostro progetto non può che avere questo fine. L’impegno quindi è consequenziale: non ci fermeremo al 5 novembre, ma lotteremo con passione per raggiungere questo obiettivo”.
Dopodiché, il giovane militante passa ad analizzare alcuni aspetti storici della vicenda siciliana: “La Sicilia è storicamente un laboratorio politico. Alle scorse elezioni si ruppe il bipolarismo e il risultato eccezionale di Cancellieri diede il là alla volata del Movimento 5 Stelle. Quest’anno, ancor di più, è tangibile che queste elezioni stiano modificando percezioni e assetti”.
“In Sicilia – ci spiega con rammarico – è venuto meno il centrosinistra classico. Mi pare probabile l’affermarsi di un quarto polo e la trasformazione in sistema quadripolare della politica nazionale”.
Senza dimenticare uno sguardo ai giovani, alla nostra generazione e al suo complesso rapporto con la politica: “A livello giovanile Fava colpisce moltissimo. Come lui, solo il Movimento. Micari e Musumeci sono riferimenti di un’altra generazione, affezionata al bipolarismo e alle formule del passato. Si sente nell’aria un’esigenza di nettezza nelle decisioni, nelle posizioni, nelle battaglie. I ragazzi sono molto più concreti dei loro genitori e meno vittime della retorica. E sentono l’esigenza di una politica che riscopra la dimensione del conflitto. E quando Claudio Fava va a San Cristoforo per attaccare i boss mafiosi risponde perfettamente a quest’esigenza”.
A differenza di certi dirigenti del Pd, che passano le giornate ad attaccare il Movimento 5 Stelle senza interrogarsi sul perché sia così forte e radicato, specie in Sicilia, Lillo apprezza le aperture compiute nei giorni scorsi da Fava, in quanto “una cosa è l’analisi sul fenomeno, una cosa è il dibattito politico. In politica non ci devono essere mai pregiudiziali sulle persone, ma solo sui contenuti. È la logica della rappresentanza: bisogna fare quello per cui si è chiamati a svolgere la propria funzione rappresentativa”.
Un M5S che anche nell’isola è, contemporaneamente, “di destra e di sinistra, senza distinzione”. “Destra e sinistra – prosegue – sono dei luoghi: il M5S, che non ha un’identità ma fa l’acchiappatutto, li occupa entrambi”.
“Fava, tuttavia – ci confida speranzoso – sta sottraendo loro molti voti. Il Movimento 5 Stelle, difatti, è come la caramella “tutti-i-gusti” in Harry Potter o se vogliamo un prodotto universale. Più l’offerta politica è ridotta, confusa e dai confini incerti e più cresce. Quando, invece, la politica riprende la sua funzione e riscopre il conflitto sociale tende a decrescere. E una sinistra che riprende a fare le sue battaglie non può non riassorbire gli arrabbiati ed i rassegnati. Anche in questo senso, se sapute leggere, queste elezioni possono essere un laboratorio politico nazionale”.
Infine, parlando di sé, asserisce con tono sicuro: “Per me bisogna semplicemente scegliere da che parte stare nella società: se con gli oppressi o con gli oppressori”. Tanto a don Lorenzo Milani quanto a Danilo Dolci, un allievo così sarebbe piaciuto molto.

Roberto Bertoni

Nato a Roma il 24 marzo 1990. Giornalista free lance, scrittore e poeta. Militante del Pd fin dalla fondazione, lo ha abbandonato nel 2014 in dissenso con la riforma costituzionale e con l'impianto complessivo del renzismo. Non se ne è mai pentito.