Il liberalismo umanistico e democratico che serve alla nuova sinistra. (E la Terza via non c’entra)

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Articolo Uno-Mdp affonda le radici nella storia della sinistra italiana ed europea e si prefigge di comprendere, e di contribuire a guidare, un nuovo corso della storia i cui contorni sono ancora appena decifrabili. Una nuova sinistra, in estrema sintesi, che si trova a fronteggiare l’insorgere di movimenti irrazionalisti, populisti, spesso di estrema destra da un lato e, dall’altro, quello che definiamo per comodità il pensiero unico neoliberista, che sembra essere ancora l’ideologia dominante in parte del mondo occidentale. Non solo. Il movimento deve fare anche i conti con la storia recente della sinistra, con quel riformismo socialista-liberale che, per un certo periodo e soprattutto nell’ Inghilterra degli anni Novanta, aveva indicato e imboccato una possibile terza via. Sfida complessa e rischiosa, che non è possibile non raccogliere se si vuole uscire dal mondo della pura comunicazione, sorta di moderna sofistica, per riconnettersi con i bisogni reali, esistenziali, sociali e politici di larghi strati della popolazione. Prima che sia troppo tardi.

Perché il progetto trovi idee e gambe per andare lontano, si dice da più parti, occorre costruire un campo largo, ossia ricostruire un tessuto politico e civile che tenga insieme i valori fondativi della sinistra storica, dell’ambientalismo e del cattolicesimo democratico. Quale ruolo per il liberalismo, a meno di non voler dare definitivamente per morto e sepolto questo importante segmento della cultura politica? Quale l’apporto possibile della prospettiva liberal-progressista alla costruzione di un nuovo umanesimo che ispiri l’impegno nel costruire un futuro più giusto, più democratico, più libero? Per rispondere a tali interrogativi è necessario impegnarsi in un franco chiarimento, di idee, termini e programmi, e squarciare il telone della propaganda e del conformismo responsabili della decadenza della politica ridotta a mera demagogia.

E, allora: è riduttivo e fuorviante identificare il liberalismo con il cosiddetto pensiero unico, dominante fino a prima dell’insorgere del populismo e del neo-protezionismo: un così vasto movimento non si esaurisce nella pura esaltazione del mercato, della libera concorrenza, nella logica dell’etica del successo dove ha ragione chi vince costi quel che costi. Questo non è il liberalismo: è una declinazione del darwinismo sociale. Una dottrinaria e semplificatoria concezione dell’economia, della politica, della società e della libertà, l’intreccio delle quali va letto nella dimensione della complessità e non può trovare espressione adeguata in ricette di stampo riduzionista e ideologico.  D’alto canto è noto a tutti che in America il termine liberal indica, al contrario che in Europa, un segmento della sinistra e, talvolta, di una sinistra radicale.

Il liberalismo teorico italiano, per tanti aspetti paradigmatico, offre spunti importanti alla riflessione. Solo in Italia, infatti, si adopera la distinzione fra liberismo e liberalismo. Distinzione (che risale alla nota discussione fra Croce ed Einaudi) divenuta di uso comune proprio per distinguere il pensiero unico fondato sull’esaltazione dell’economia di mercato da un più ampio movimento ispirato ad una concezione etico-politica della vita e della storia, una concezione che, con la storia e con la vita, sente di doversi confrontare per affrontare le emergenze che, di volta in volta, da queste sono originate. La proposta non può essere sempre la stessa, né può orientarsi a uno spaccato della realtà trascurando tutti gli altri. Lo sguardo deve saper essere complesso e l’atteggiamento laico, coraggioso e mai pregiudiziale.

In tale orizzonte si sviluppano le sensibilità del liberalismo umanistico, legate ai valori classici del costituzionalismo; all’esigenza di evitare che un’incontrollata espansione del democraticismo (che si esprime nel mito populista della democrazia diretta e leaderistica) si tramuti in totalitarismo sotto forma della tirannia della (presunta) maggioranza; ai fondamentali diritti dell’individuo concepito nella sua appartenenza a una più vasta comunità di destino; alle drammatiche questioni poste dalla bioetica; alle nuove problematiche del sistema dell’informazione che, da garanzia del corretto funzionamento della democrazia, rischia di tramutarsi in minaccia per la democrazia stessa. Accanto a queste, la riconsiderazione del sistema della formazione dominato da criteri meramente quantitativi funzionali a quel pensiero unico che si vuole sconfiggere: una vera e propria tragedia pedagogica. Il tema fondamentale della difesa della dignità della persona a partire dalla riaffermazione dei diritti dei lavoratori e del lavoro inteso come realizzazione sociale ed esistenziale. In un interessante intervento, Paolo Palma ha invitato i cattolici democratici a compiere una franca autocritica, rivendicando la necessità di un nuovo impegno in un movimento che intende ritrovare le ragioni di una nuova sinistra. Discorso analogo si può fare per i liberali democratici e progressisti. Non è mai elegante citarsi. Ma in questo caso la citazione rappresenta la testimonianza di una occasione mancata.

Nel lontano 1997 mi fu chiesto dalla Fondazione “Luigi Einaudi” di Roma un intervento per i cinquanta anni del Manifesto di Oxford, città nella quale si riunirono i liberali dopo la tragedia della guerra mondiale. Mi provai, con scarso successo, a contribuire al dibattito apertosi sulla incipiente crisi della democrazia connessa alla destrutturazione sociale dell’era tecnologica post-mercato. Fra l’altro scrivevo: “La nuova sfida dei liberali sarà quella di riuscire a garantire le libertà individuali minacciate dal disgregarsi della democrazia senza ripercorrere vecchie strade che riconducono al conservatorismo (…). Potremmo affermare che negli ultimi vent’anni il capitale è più avanti del lavoro (…): le aziende, grandi e piccole, hanno dato luogo, grazie alla tecnologia, ad un mercato unico mondiale, a quella economia che gli economisti definiscono globalizzata. I lavoratori hanno subìto questo processo, non sono stati in grado di comprenderlo e, dunque, neanche di orientarlo. Compito dei liberali è quello, difficile ma non impossibile, di non ostacolare il processo di globalizzazione ma, al tempo stesso, di garantire i diritti dei lavoratori (…). In tutto il mondo occidentale la disoccupazione è diventata un fenomeno strutturale e, allo stato delle cose, irreversibile. Ai problemi contingenti o congiunturali (cicli economici, debito pubblico, deficit dello Stato. etc.) si sono aggiunti due fattori difficilmente governabili: la spietata concorrenza della manodopera a basso costo dei paesi orientali postcomunisti (che certe volte raggiunge buoni livelli di specializzazione) e dei paesi africani ma, soprattutto, l’impetuoso crescere della tecnologia che modifica o divora il lavoro tradizionalmente inteso. Nel primo caso, si tratta di un tipo di concorrenza che, usando i nostri parametri, potremmo considerare sleale oltre che, naturalmente, mortale per i diritti umani in quei paesi che la esercitano (…). Nel secondo caso, gli sviluppi della tecnologia e, più in generale dell’organizzazione del lavoro, tendono a sopprimere una gran quantità di posti di lavoro non sostituiti da quelli che la stessa tecnologia crea. Non solo: ciò che cambia è la qualità del lavoro. Saremo costretti a cambiare spesso occupazione, ad aggiornarci, a mutare luogo e condizioni di vita. Tutto ciò, oltre ad implicare profonde modificazioni di carattere psicologico ed a impegnare i governi a compiere radicali trasformazioni del sistema educativo, comporta anche una sostanziale impossibilità, da parte dei lavoratori, di difendere i propri interessi e i propri diritti. Le grandi aziende sostituiscono a piacimento i lavoratori, spostano rapidamente da un luogo all’altro del mondo i loro centri di produzione e gli interessi di mercato, nascondono la proprietà e i profitti, investono in finanza ed eludono facilmente i sistemi fiscali ed i controlli dei singoli paesi.”

La sfida non fu raccolta dai liberali se non in casi individuali e, ciò che è peggio, come ho ricordato non è stata raccolta da gran parte della sinistra. La sfida di oggi consiste nel ripristinare i principii fondativi della sinistra classica troppo frettolosamente accantonati; nel rilanciare gli investimenti pubblici e agevolare quelli dei privati; nel restituire sicurezza, protezione e dignità ai cittadini e ai lavoratori; nel redistribuire, sull’intero territorio nazionale, il reddito secondo principii di equità attraverso l’attuazione rigorosa del principio costituzionale della progressività fiscale. Accanto a ciò, per combattere la tragedia della disoccupazione, affrontare senza timori la questione della fine del lavoro tradizionalmente inteso, immaginando una ridistribuzione dell’occupazione  attraverso la diminuzione dell’orario lavorativo compensato economicamente dalla partecipazione agli utili che l’uso della tecnologia contribuisce ad accrescere.

L’irruzione della realtà ha spiazzato la politologia e ci sta riconducendo alla politica. E’ questo il grande compito affidato ad Articolo Uno-Mdp. Compito per il quale vale la pena impegnarsi senza remore e calcoli di sorta. Per costruire un campo progressista largo nell’interesse dei più deboli, come dire dell’umanità.

Ernesto Paolozzi

Insegna Storia della filosofia contemporanea. E' stato direttore scientifico della Fondazione "Luigi Einaudi" di Roma. Autore di numerosi volumi, ha collaborato e collabora con varie riviste e quotidiani, fra i quali la rivista "Complessità", di ispirazione moriniana, e "la Repubblica-Napoli". E' interprete del pensiero crociano e studioso del liberalismo. A Napoli è stato fra i fondatori dell'Ulivo e del Partito democratico.