Si fa presto a dire Macron: anche il non voto va studiato

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La generale soddisfazione per lo scampato pericolo di una vittoria lepenista ha finito per far passare in secondo piano i caratteri assolutamente originali del comportamento degli elettori francesi nel ballottaggio di domenica scorsa. Non soltanto era dalle presidenziali del 1969 che non si registrava una percentuale così elevata di astensione (25,4% nel 2017 contro il 31,1%), ma è la prima volta da quel lontano voto che il numero di votanti cala tra il primo e il secondo turno. L’aumento delle schede bianche e nulle, poi, supera ogni confronto con tutte le precedenti elezioni.

Rispetto alle presidenziali del 2012, il fenomeno dell’astensionismo si era manifestato già al primo turno con una diminuzione dei votanti dell’ 1,7% (79,5% del 2012 al 77,8% del 2017), ma cresce ulteriormente nel secondo turno, dove il raffronto indica una flessione della partecipazione al voto del 5,8%. Il voto di protesta (bianche e nulle), stretto nella logica ferrea del ballottaggio, quella della scelta del male minore, si è espresso per la prima volta nella storia francese in una dimensione a doppia cifra: 11,47% dei votanti nel 2017 contro il 5,82% del 2012.

Nel 2012 la somma di astenuti e schede bianche e nulle al secondo turno arrivò a 11.204.954 (24,3% degli elettori francesi), in fisiologica crescita rispetto al primo turno (10.145.333 – 22,0%).

Nel 2017, invece, al primo turno, caratterizzato da una forte incertezza del risultato, l’area allargata del cosiddetto “non voto” (astensionismo più bianche e nulle) si era attestata a 11.527.789 (24,2%), mentre al secondo turno è letteralmente esplosa raggiungendo il livello record di 16.170.672 (33,99%): un elettore francese su tre non ha votato o non ha espresso un voto utile.

In definitiva, Macron è riuscito certamente ad attrarre voti in funzione antilepenista (20.753.798 voti contro i 8.656.346 del primo turno), secondo una regola non scritta della politica francese, che però stavolta non ha funzionato bene come nel passato. Il 66,1% che consentirà a Macron di salire all’Eliseo, deve essere confrontato con le presidenziali del 2012, quando, in assenza come nel 2017 di un candidato della sinistra al ballottaggio, Chirac sconfisse Le Pen padre con ben altre percentuali (82,2%) e aumentando in dimensioni assai più consistenti di Macron i suoi consensi tra il primo e secondo turno: 25.537.956 voti contro 5.665.855.

Domenica scorsa si è, dunque, riconfermata sotto la forma dell’astensione e delle schede bianche e nulle, una aperta contestazione contro l’establishment che si era già manifestata al primo turno, oltre al risultato della Le Pen, anche nella forma dello straordinario consenso ottenuto a sinistra da Mélenchon (7.059.951 voti pari al 19,6% dei voti validi e al 14,8% degli aventi diritto al voto).

Un voto di protesta che potrebbe creare non pochi problemi al neo Presidente francese in vista delle imminenti elezioni legislative, anche in ragione della conferma di una frattura tra centro e periferia testimoniata dal voto del dipartimento di Parigi: Macron 89,7% (+ 26,6% sulla media nazionale).

Federico Fornaro

Senatore dal 2013, vicecapogruppo Articolo 1. Ha recentemente pubblicato "Fuga dalle urne. Astensionismo e partecipazione elettorale dal 1861 a oggi" (Epoké, 2016) e "Elettori ed eletti. Maggioritario e proporzionale nella storia d'Italia" (Epoké, 2017)