“Abbiamo un piano”: lavoro e libertà, il messaggio delle donne #25novembre

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Ligi.e al programma della giornata, Sabato 25 Novembre a Roma abbiamo preso parte al corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere promosso da Non Una di Meno. Motto dell’iniziativa: abbiamo un piano!

Il Piano Femminista di Non Una di Menonon chiede aiuto”. Non è una proposta programmatica offerta alla politica istituzionale. È un piano d’azione, un punto di arrivo e partenza di una realtà collettiva di rara vitalità per i nostri tempi.

Perché ragionarci da questo spalto, naturalmente più incline alle logiche di integrazione della politica istituzionale? Perché quel che c’è porta una diversa luce sul mondo, e come si vedrà, l’autonomia di una forza politica si misura sulla capacità di comprendere il nuovo punto di vista.

La potenza che si è dispiegata per le strade di Roma ci ricorda che c’è un conflitto nel mondo. E prima ancora che questo conflitto è sistemico: va compreso in termini strutturali, nominando la matrice della violenza comune a capitale e patriarcato. Dire che c’è un conflitto nel mondo –  e che conflitto, ancorché per me non riducibile a un’integrale di violenza – vuol dire squadernare un’impostazione che ha animato diverse battaglie progressiste e che quindi ci chiama a una riflessione.

Un primo punto di comprensione attiene al regime estetico che Non Una di Meno sta ribaltando (si vedano appunto i numeri della manifestazione di ieri). Dico una banalità se ricordo che sui regimi di visibilità si gioca buona parte della battaglia politica. Ora una costante discorsiva che ha ordinato la nostra lettura del mondo per le donne senza le donne – vale perlopiù per quanti vengono dal Pd – è stata la polarità esclusione / inclusione. Problema e rimedio. Esclusione dalla rappresentanza e quindi non discriminazione. Esclusione dal lavoro produttivo e quindi integrazione. Tanto per intenderci, ricordiamo i frequenti riferimenti al trittico eneadico dell’esclusione “donne, bambini e anziani”, da dibattito parlamentare di fine Ottocento. Così dicendo, e quindi così facendo, quel che è conflitto politico è stato spesso ridotto a mera disparità. “La barrière est devenue invisible” (Rancière) e tutto un mondo di trasformazione è rimasto oscurato allo sguardo.

Oggi invece torna a essere macroscopico che l’esclusione delle donne non è una défaillance, ma è proprio delle cose e ha una matrice iniqua! Acquisito questo – con un sonoro “Buongiorno!” – si può passare al passo successivo: la coalizione culturale che dobbiamo e possiamo alimentare perché le cose cambino realmente.

Come progressiste e progressisti occupiamo una posizione più attenta alle implicazioni della disuguaglianza economica e soprattutto allo strumentario istituzionale della trasformazione: diritto, legge, pratica del governo. Su questi non ha senso fare passi indietro. In un documento pubblicato qualche giorno fa su questo sito per mano di alcune donne di Roma, si parla di libertà e diritti che sono terreno utile al mutamento qualitativo delle relazioni. I diritti infatti non sono estranei alle relazioni e anzi costituiscono un linguaggio politicamente accessibile di quella normatività che pure tutto tiene (fuori ci sono forza, costume, governamentalità..).

Nel documento poniamo attenzione a due livelli di trasformazione per la via dei diritti su cui siamo sicure di poter portare un contributo: lavoro e libertà femminile. Lavoro che non può essere letto soltanto in termini di rapporti di produzione, incomprensibili senza i rapporti di riproduzione. Precarietà che non può non includere anche i rapporti di potere che permeano la nostra società. Libertà dei corpi che condiziona la cittadinanza delle donne e che però, se abbracciata politicamente, spalanca una prospettiva più ricca per tutti. Un’espansione in più direzioni.

Il nostro Movimento è già avvertito ma può fare di più, capendo che l’impresa è collettiva e che più che un dovere è una possibilità di vita politica più piena. Eravamo in corteo, uomini e donne in carne e ossa, ed eravamo anche contenti. Adesso però dobbiamo fare la nostra parte.

Benedetta Rinaldi Ferri

Studente di giurisprudenza, militante di Articolo Uno a Roma, amante del mare e della neve.