Fa troppo caldo, da troppi anni. Quanti ritardi sul clima

| Cultura

In cima alle preoccupazioni degli italiani c’è la disoccupazione.
Giusto. Anche perché la categoria dei disoccupati si va arricchendo di nuovi adepti. Da qualche settimana, infatti, possiamo inserire nel novero meteorologi e ombrellai.
C’è bisogno forse che qualcuno ci dica che per le prossime settimane non pioverà? Inutile. I pronipoti di Bernacca, per me, possono stare a casa.
Temperature micidiali, sole a picco, incendi e progressiva desertificazione del territorio italiano. Sono gli effetti del cambiamento climatico che Trump si ostina a negare e con lui il blocco sociale repubblicano che ogni giorno ci offre lo spettacolo deprimente della politica americana. Non basta loro aver visto che a metà luglio in Antartide si è staccato dalla massa di ghiaccio della terraferma l’iceberg Larsen C, vasto quanto la Liguria. Del resto, Trump pensava che Belgio fosse una città. Avrà pensato che l’iceberg sia grosso quanto Savona, mica come tutta la regione.
Sono seduto alla scrivania, occhieggia dallo scaffale una relazione della Commissione ambiente della Camera dei deputati, presidente Ermete Realacci, PD. Apro e leggo:
“Il riscaldamento globale è effettivo, sta peggiorando assai rapidamente, è causato in buona parte dalle attività umane, dobbiamo intervenire rapidamente per evitare conseguenze peggiori e – infine – non è troppo tardi”.
Questa frase, che potrebbe sembrare un sintetico slogan, rappresenta in realtà la più efficace «fotografia» dell’attuale stato del dibattito sul clima, che – a quasi dieci anni dalla firma del Protocollo di Kyoto – è passato dalla questione del «se» a quella del «come». A livello mondiale non esistono più (se non in misura estremamente marginale) perplessità sull’esistenza o meno del fenomeno. Tutti sono concordi: comunità scientifica, grandi operatori economici mondiali, Organismi internazionali, Governi di destra e di sinistra. La riflessione si è spostata verso una analisi della consistenza del fenomeno e sulle modalità con le quali la comunità internazionale e i singoli paesi possono affrontarlo. Analisi e ricerca devono continuare, ma non possono più essere considerati propedeutici alle azioni politiche, che sono sempre più urgenti. I dati riassuntivi del fenomeno sono inequivocabili. Le concentrazioni atmosferiche attuali di anidride carbonica – il principale gas cilimalterante – (380 parti per milione) e degli altri gas serra sono le più alte mai verificatesi negli ultimi 650.000 anni, durante i quali il massimo valore di CO2 atmosferica si era sempre mantenuto inferiore a 290 parti per milione.
L’aumento della CO2 è causato dallo squilibrio complessivo tra emissioni globali provenienti dalle attività umane ed assorbimenti globali naturali da parte del suolo, degli oceani e degli ecosistemi terrestri e marini. Le capacità naturali globali sono attualmente in grado di assorbire meno della metà delle emissioni antropogeniche globali. Il resto si accumula in atmosfera e vi permane per periodi medi che per la CO2 arrivano fino a 200 anni. Secondo l’IPCC, solo una piccola parte dell’incremento dell’effetto serra (meno del 10 per cento) può essere attribuita a cause naturali.
La popolazione del nostro pianeta, stimata alla fine del secolo scorso in circa 6 miliardi, potrebbe crescere al 2050, secondo una stima media delle Nazioni Unite, fino a 9 miliardi. Tale massiccio incremento ed il bisogno di migliorare gli standard di vita della parte più povera (ancora oggi ci sono circa 1,6 miliardi di persone senza accesso all’elettricità, prevalentemente concentrati nell’Africa sub-sahariana e in Asia meridionale) comporteranno un forte incremento nella domanda di energia, anche nell’ipotesi di una crescita economica molto lenta dei Paesi già sviluppati. Alcuni scenari proiettano incrementi della domanda globale prossimi al 100% da qui al 2050 (intorno al 37% per i Paesi europei).
Questa evoluzione pone problemi molto seri. Le risorse energetiche attualmente utilizzate derivano per l’80% da combustibili fossili (petrolio, carbone, gas naturale) e per il resto da energia idraulica, biomasse e nucleare, in proporzioni più o meno uguali. I combustibili fossili e lo stesso uranio, tuttavia, sono risorse esauribili. Per il petrolio ed il gas si sono già evidenziati problemi di scarsità, resi più acuti dalla particolare distribuzione geografica delle risorse restanti, distanti dai centri di consumo e fortemente concentrate in specifiche zone. Per il petrolio, ben prima che la produzione abbia raggiunto il suo massimo, c’è da attendersi una crescita dei prezzi accompagnata da fluttuazioni anche brusche. Lo stesso problema dovrebbe manifestarsi tra qualche decennio anche per il gas.
La competizione internazionale, già evidente per risorse che diventano sempre più scarse, tenderà dunque ad intensificarsi e per l’Europa i problemi di dipendenza energetica e di sicurezza di approvvigionamento non potranno che aggravarsi. In breve, si può affermare che è finita l’era degli «idrocarburi facili».
Tuttavia, il carbone, la risorsa fossile globalmente più abbondante, si avvia inevitabilmente ad essere utilizzato in maniera crescente, soprattutto fuori dall’Europa, in aree dove le disponibilità sono cospicue e la domanda energetica è in forte crescita (Cina, India, Indonesia, Sud-Africa).
Il carbone costituisce, d’altro canto, una alternativa che – in assenza di opportuni accorgimenti tecnologici – rischia di compromettere ancora di più l’ambiente. Questa risorsa, infatti, è tra le fonti energetiche quella che, a parità di resa, produce più CO2.
Si pensi che nella sola Cina ogni settimana entra in funzione una nuova centrale a carbone ogni settimana. Secondo uno studio dell’agenzia Olandese per l’Ambiente, la Cina ha già superato gli Stati Uniti nelle emissioni di anidride carbonica. Il sorpasso, che altri studi davano per certo in uno o due anni, sarebbe avvenuto nel 2006. Secondo i calcoli dei ricercatori olandesi, lo scorso anno la Cina ha emesso in atmosfera 6,2 miliardi di tonnellate di CO2, l’8% in più rispetto agli Usa, che si sono fermati a 5,8. Al terzo posto l’Unione Europea. Per la Cina sarebbe determinante l’apporto della produzione di cemento, che genera una grande quantita’ di gas: 550 milioni di tonnellate, 10 volte più degli americani. Gli Usa rimangono comunque di gran lunga il Paese con le maggiori emissioni pro capite di CO2, avendo un quarto della popolazione cinese.
Nel mondo contemporaneo, e ancor di più nel prossimo futuro, sicurezza di approvvigionamento energetico e lotta al degrado ambientale si coniugano a stabilità internazionale e pace. La stragrande maggioranza dei conflitti armati e delle crisi umanitarie sono aggravati dai processi di desertificazione, di alterazione del ciclo delle piogge, di rapido esaurimento del suolo produttivo, di spreco e privatizzazione selvaggia delle risorse idriche, e dunque della povertà e della violazione di diritti umani e libertà fondamentali in vaste aree del pianeta. Larga parte dei conflitti è riconducibile proprio alla volontà di controllare le sempre più scarse riserve di combustibili fossili, l’accesso alla risorsa acqua, nonché l’uso «strategico» delle infrastrutture per la distribuzione, con il corollario di regimi autoritari e violenti, che su questa logica prosperano. Lo sfondo di ogni conflitto, interno o internazionale, è dunque un habitat da cui fuggire – in massa, disordinatamente – oppure nel quale cercare la sopravvivenza a spese di altre etnie, comunità religiose, fazioni. […] Grandi preoccupazioni sociali, oltre che ambientali, discendono dal crescente numero di «profughi ambientali», causati dai progressivi processi di impoverimento di fertilità del suolo e dei mari, carenza d’acqua, deforestazione, perdita di biodiversità, salinizzazione delle falde, tropicalizzazione dei fenomeni climatici. Centinaia di milioni di contadini nel sud del pianeta nei prossimi anni potrebbero essere costretti ad abbandonare le proprie economie di sussistenza. Gli effetti del mutamento climatico non sono uguali per tutti; non tutte le popolazioni della terra hanno le stesse possibilità di mettere in atto strategie di mitigazione ed adattamento.
Valga per tutti l’esempio tragico del Darfur: un’immensa catastrofe umanitaria con 400 mila morti su una popolazione di appena 6 milioni di abitanti e con quasi 3 milioni di rifugiati. Un fatto strettamente connesso alla desertificazione dell’area saheliana e alla disperante riduzione di suolo coltivabile. L’alterazione del regime delle piogge, conosciuto da millenni in tutta l’area etiope-sudanese-somala, ha prodotto lo stato di conflittualità endemica ben noto, con il tragico seguito di morti e con enormi costi economici della comunità internazionale. […] I cambiamenti climatici possono essere efficacemente contrastati solo nel contesto di una governance globale e di relazioni internazionali basate sul dialogo pacifico, sulla difesa della dignità dei popoli e dei diritti fondamentali di ogni individuo […]. Secondo Nicholas Stern, estensore di un recente rapporto commissionato dal governo britannico, i costi dei danni provocati dai cambiamenti climatici potrebbero essere stimati dal 5 al 20 per cento del PIL mondiale. In base alle indicazioni fornite dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, per arrestare le modificazioni del clima e contenere la febbre del pianeta al di sotto dei 2 gradi centigradi occorre abbattere le emissioni di CO2 del 30 per cento al 2020 e di almeno del 50 per cento al 2050. L’obiettivo è raggiungibile, ma occorre agire ora e avviare la rivoluzione energetica nei prossimi 10 anni”.
Caspita che acutezza di sguardo!!
Poi mi accorgo della data della relazione: 28 giugno 2007.
10 anni giusti giusti. Spengo computer e aria condizionata e vado a casa.

Giovanni Bellini

Pittore