Unire la sinistra è un dovere. E una questione di buon senso

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Non sono mancati e non mancheranno i punti di dissenso, non sono mancate e non mancheranno le occasioni in cui ci troveremo in disaccordo ma una cosa è certa: dopo l’assemblea del Teatro Brancaccio e la piazza ulivista promossa lo scorso 1° luglio da Giuliano Pisapia, la sinistra italiana ha il dovere di percorrere la medesima strada.
Con buona pace dei tanti pontieri, tra cui lo stesso Pisapia, che in questi mesi hanno provato a ricostruire un rapporto di collaborazione con il Partito democratico, è ormai evidente che quel soggetto politico abbia subito una mutazione irreversibile. Se di dialogo si potrà ancora parlare, considerando che probabilmente si andrà alle urne con un sistema proporzionale, ciò sarà possibile solo dopo le elezioni e unicamente con quell’ala critica che, pur avendo scelto la via della battaglia interna, sta mettendo da tempo in discussione i capisaldi del renzismo.
Con chi rivendica come mirabilie tutte le riforme ampiamente bocciate dagli italiani, dalla Consulta o, più semplicemente, dalla realtà dei fatti non c’è un problema di rancori personali ma di visione del futuro: se è nato Articolo Uno e se si sta battendo per la ricostruzione di un centrosinistra degno di questo nome è perché i progetti che si perseguono sono inconciliabili.
Renzi punta ad un sistema strettamente proporzionale, dopo aver varato, peraltro con la fiducia, la legge più maggioritaria della storia dell’umanità, per accordarsi dopo il voto con Berlusconi, Alfano, Verdini e gli altri pezzi di destra che accetteranno, eventualmente, di sostenerlo e continuare lungo la strada intrapresa tre anni fa; Articolo 1 punta, all’opposto, a ricostruire il centrosinistra, ritenendo imprescindibili questioni come la redistribuzione delle risorse, l’uguaglianza nelle opportunità, la giustizia sociale, le tutele e i diritti dei lavoratori, una crescita e un modello di sviluppo equo e sostenibile, una scuola che proietti i nostri ragazzi verso il domani senza umiliarli, al pari dei docenti, come invece fa la Buona scuola, una seria legge sul conflitto d’interessi ed una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo che lo liberi finalmente dal controllo di lobby e partiti.
Non è una questione personale, dunque, ma più che mai politica: con il renzismo, per sua esplicita scelta, non possono esserci punti d’incontro e tutti, anche coloro che sono rimasti ostinatamente nel Pd, prima o poi saranno chiamati a decidere da che parte stare.
A sinistra, invece, l’unità stavolta non è una richiesta ma un dovere morale. Il purismo e le difese identitarie, le chiusure e i personalismi settari hanno già prodotto, nel tempo, danni ingenti al nostro mondo nonché la disaffezione di una quota crescente di elettorato che, non a caso, si è rifugiata nell’astensione o nel voto di protesta al M5S. Senza contare i disastri arrecati al sistema istituzionale in sé e alla tenuta democratica del Paese, messa a dura prova da una politica incapace di offrire le risposte di cui ci sarebbe bisogno e di farsi carico di quei settori sempre più vasti della società che non ritengono di avere accesso ad una piena cittadinanza.
I punti qui esposti, il proficuo dibattito avviatosi nel corso delle ultime settimane, le iniziative politiche portate avanti sia dai partiti che da autorevoli esponenti della società civile come Anna Falcone e Tomaso Montanari, senza dimenticare l’evento promosso per mercoledì 12 dall’ARS (Associazione per il Rinnovamento della Sinistra) e il PolitiCamp organizzato nel fine settimana da Pippo Civati presso il Chiostro della Ghiara di Reggio Emilia, questa mole di occasioni di incontro e di confronto mi inducono a sperare che la sinistra italiana abbia finalmente tratto qualche insegnamento dalle tante, amare lezioni che ha subito negli anni.
Una sola lista in vista delle prossime elezioni, con un programma chiaro, lineare, redatto insieme e condiviso con i cittadini, magari convocando assemblee tematiche (sul modello dei forum che un tempo si svolgevano nel Pd) e utilizzando anche le risorse messe a disposizione dalle nuove tecnologie, in opposizione alla linea devastante, e ampiamente punita dagli elettori, seguita sinora è, come detto, un dovere morale al quale nessuno di noi può sottrarsi.
Presentarsi con due o più liste a sinistra del Pd vorrebbe dire, infatti, scomparire dalla scena politica, mettendo a serio rischio la tenuta del Paese e, in particolare, delle classi sociali più colpite dalla crisi e dalle sue conseguenze. Urge, pertanto, da parte delle classi dirigenti, e non solo, un’assunzione collettiva di responsabilità e, in particolare, la generosità di remare tutti nella stessa direzione, nell’interesse di una comunità più grande di noi e delle nostre legittime ambizioni.

Roberto Bertoni

Nato a Roma il 24 marzo 1990. Giornalista free lance, scrittore e poeta. Militante del Pd fin dalla fondazione, lo ha abbandonato nel 2014 in dissenso con la riforma costituzionale e con l'impianto complessivo del renzismo. Non se ne è mai pentito.